«Usano Meocci per cacciare il Polo dalla Rai»

da Roma

Il sorriso è quello di sempre. Un marchio di fabbrica a cui Giuliano Urbani non rinuncia neppure in tempi di «gogna mediatica», per usare il termine che il professore e consigliere di amministrazione della Rai utilizza per descrivere la raffica di «menzogne e calunnie» abbattutasi su di lui e sugli altri consiglieri per il caso Meocci. «Quella in corso è una campagna politica e mediatica di denigrazione senza precedenti nella storia recente della Rai e del Paese». L’obiettivo? «Delegittimarci per trasformare l’azienda in terreno di conquista politico. Ma anche favorire l’ascesa di alcuni gruppi editoriali interessati alla privatizzazione».
Professor Urbani, partiamo dal peccato originale: la nomina a direttore generale di Alfredo Meocci, giudicato «incompatibile» per i suoi trascorsi all’Authority delle Comunicazioni. Quella scelta fu un errore?
«La nomina venne fatta nella più completa buona fede. La possibile incompatibilità venne vagliata tramite diversi pareri legali. Io sottoposi la questione all’ufficio legale che diede il suo via libera, così come fecero due giuristi da me interpellati. Curzi ne interpellò altri due che diedero, invece, parere negativo. Successivamente, però, si arrivò a sei pareri favorevoli contro due contrari».
Questi pareri erano davvero super partes?
«Certamente sì. Basti pensare che uno di questi era di Carlo Malinconico, ex capo dell’ufficio legislativo del governo D’Alema e attualmente segretario generale di Palazzo Chigi. Non credo sia sospettabile di simpatie verso il centrodestra».
Vi sentivate davvero tranquilli dopo i vari pareri legali?
«Sì. Oltretutto la legge prevede che la nomina del direttore generale sia il prodotto di due volontà: quella del cda e quella del Tesoro. E il Tesoro ha ben altre possibilità rispetto a noi: può rivolgersi all’Avvocatura dello Stato e al Consiglio di Stato, ad esempio. Ma anche il Tesoro era sicuro della compatibilità di Meocci. Peraltro il terreno è scivoloso perché, tra l’altro, l’Agcom e il Tar non hanno stabilito l’incompatibilità rispetto a ogni incarico in Rai ma soltanto a quelli non giornalistici. Come dire che se avessimo nominato Meocci per il Tg1 non ci sarebbe stato alcun problema».
È vero che chiedeste all’azienda un’assicurazione ad hoc come paracadute contro un’eventuale sanzione?
«È del tutto falso. Ma anche utile per le querele che presenteremo su tutte le balle che sono state scritte. Non abbiamo preteso alcuna nuova assicurazione, semplicemente il mantenimento di un’assicurazione che esiste da sempre in Rai e che protegge l’azienda dall’immobilismo. Il rinnovo dell’assicurazione, poi, non è stata chiesto solo dai consiglieri vicini al centrodestra ma da tutto il cda all’unanimità, sindaci compresi. E non è stata modificata una virgola del contratto vigente in precedenza».
Altra accusa: avete nominato Meocci in perfetta solitudine.
«Altra balla. Si è proceduto d’intesa con il Tesoro in maniera formale e pubblica. E se noi dobbiamo essere indagati è evidente che lo stesso trattamento deve essere riservato al Tesoro».
È vero, come sostiene la sinistra, che la Rai ha pagato la gestione Meocci in termini d’ascolti?
«Anche questa è degna dell’agenzia Stefani. Nel periodo Meocci la Rai è andata benissimo in termini di ascolti. Il Tg1, per dirne una, ha aumentato il suo distacco dal Tg5 e nella classifica delle 25 fiction di maggior successo, 24 sono della Rai. Dire che abbiamo danneggiato la Rai è palesemente falso».
Non può negare, però, che la scelta di Meocci abbia costretto la Rai a pagare una multa salata.
«La questione, in verità, è kafkiana. La multa è stata versata al Tesoro, ovvero al nostro azionista. E “l’illecito” - se così vogliamo chiamarlo - è stato commesso di concerto con il Tesoro, ovvero con chi ora beneficia della multa. Sostanzialmente è una partita di giro».
Lei parla di una battaglia politica e mediatica contro di voi. Qual è l’obiettivo finale?
«Se cadono 5 consiglieri su 9 decade l’intero consiglio. È evidente che l’obiettivo è rimuovere un consiglio che non soddisfa la sinistra e i prodiani. Vogliono mettere le mani sulla Rai dimenticando che lo spirito della Gasparri è quello di governare insieme l’azienda, come, al di là delle sparate propagandistiche di alcuni, abbiamo fatto in questo consiglio in armonia e molto meglio del passato».