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L’Italietta. Con questo diminutivo è stata svilita da storici e politici quella fase della storia d’Italia che, compiuto il miracolo dell’unità, portò un Paese povero, immaturo, composito fino alla Grande Guerra. Fu Italietta per i fascisti, che avrebbero voluto squilli di romana volontà e di travolgente conquista là dove furono invece registrate le umiliazioni di Lissa, di Custoza, di Adua. Fu Italietta per le sinistre, che imputavano ai governi postcavouriani - fossero quelli della destra o fossero quelli del trasformismo e delle avventure crispine - le miserie dei ceti più umili: che del resto fino all’età giolittiana vennero esclusi dalla vita politica per le limitazioni del diritto elettorale, riservato a una frazione infima della popolazione.
Sì, l’Italietta nata dal Risorgimento - oltre che da una congiunzione magica di eventi internazionali - crebbe a stento, talvolta mascherando sotto una retorica ampollosa la limitatezza dei suoi orizzonti economici e culturali, la volubilità delle sue alleanze. Ma crebbe e riuscì a varare leggi sagge: come quella delle guarentigie che assicurò una convivenza tutto sommato tranquilla, in Roma, del Regno e del millenario papato.
Questo lavoro «L’Italia dopo l’Unità», inserito nella «Storia d’Italia del XX secolo» (un lavoro che associa il cinema documento, il saggio storico, inserti fotografici d’estremo interesse) mi piace per le bellissime immagini e per i testi: della cui qualità non si poteva dubitare visto che portano le firme di Valerio Castronovo e di Renzo De Felice, con una presentazione di Folco Quilici. Mi piace inoltre perché onora, illustrandone i seguiti, l’epopea risorgimentale. Anche le molte caricature e le molte vignette satireggianti attestano la vitalità e la spregiudicatezza d’un giornalismo indipendente - e risoluto nell’opporsi a censure - che svolgeva una funzione preziosa pur in una società dove gli analfabeti erano forte maggioranza. Penso che sia adesso particolarmente giusto riaffermare i valori risorgimentali perché dilaga un certo filone neocon che vede in Pio IX e nei Borboni di Napoli le figure positive di quell’epoca, e in Garibaldi un personaggio stravagante, mezzo brigante e mezzo pagliaccio.
Questo non significa che si debba seguire il cattivo esempio dei cortigiani di casa Savoia, e ignorare o sottovalutare ad esempio la realtà di quella autentica guerra civile che fu, in alcune aree e in alcuni momenti, il brigantaggio meridionale. «A stroncare - cito da Castronovo - la rivolta che, dilagata in quasi tutto il Mezzogiorno continentale, mise a ferro e fuoco intere province, venne impiegato sino al 1865 un esercito di quasi 120 mila uomini». Da questi fatti alcuni storici - in particolare stranieri - hanno dedotto che il movimento unitario, per l’impronta piemontese e monarchica che ebbe, non fu liberale e nemmeno genuinamente democratico, ma autoritario e conservatore. A me pare che l’Italietta sia stata, per i tempi, aperta alle libertà fondamentali, cominciando da quelle di pensiero. I processi che seguirono la repressione milanese di Bava Beccaris nel 1898 ebbero un carattere di retriva ottusità, ma la durezza delle sentenze venne presto corretta.
Di sicuro - Renzo De Felice lo sottolinea - l’Italia unita ebbe un’identità debole: per molte ragioni, tra esse un retaggio risorgimentale che emarginava politicamente le masse popolari, fossero esse socialiste o cattoliche, ossia gran parte della società. Eppure in Italia s’incrementarono, durante quei decenni, la ricchezza e l’imprenditoria. L’economista Maffeo Pantaleoni sosteneva addirittura nel 1910 che «non esiste al mondo un Paese nel quale, come nel nostro, le iniziative degli individui privati abbiano raggiunto così alta quota di rendimento utile, sostanziale, progressivo». Era tempo di speranze, la belle époque, il più lungo periodo di pace, prima dell’attuale, che il continente avesse mai avuto: dal conflitto franco-prussiano del 1870 al 1914. L’Europa progrediva (e con essa l’Italia) pur approssimandosi al baratro di Sarajevo e dell’immane scontro con milioni di morti. Renzo De Felice non ha dubbi, la partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale fu - oltre che discutibile per il repentino giro di valzer da un’alleanza a un’altra - anche sbagliato. «Sul piano interno l’intervento in guerra dell’Italia si sarebbe rivelato un grave errore, in parte spiegabile con la convinzione (diffusa a dire il vero anche fuori dell’Italia) che la guerra sarebbe stata di breve durata». Fu invece lunga e cruenta: e l’esito favorevole venne avvelenato dalle polemiche nazionaliste sulla vittoria tradita, dai vili atti d’ostilità contro i combattenti che tornavano alle loro case, dal contagio eversivo della rivoluzione russa, da un profondo malessere sociale. E fu il fascismo.