USELLINI Il Carnevale senza maschera

Il pittore ha approfondito l’ironia e le emozioni di questo periodo di festa

Milanese, classe 1903, Gianfilippo Usellini artista indiscusso scomparso nel 1971 viene celebrato alla Permanente (via Turati 34) con uno dei temi a lui più cari, il Carnevale, una scelta votata all’unanimità dal comitato scintifico dell’Ente della Società per le Belle Arti e in particolare dal suo presidente Giuseppe Melzi che ha ringraziato caldamente Silvia e Angelo Calmarini e Gianfilippo Sansone, nonché tutti coloro che hanno prestato le opere e non desiderano essere citati.
A trent’anni dalla prima grande retrospettiva alla Permanente in occasione del Carnevale ambrosiano si è voluto rendere omaggio a questo poliedrico personaggio mettendo in mostra i suoi famosi dipinti e la vasta gamma dei temi e degli interessi di Usellini con un repertorio significativo di immagini, documenti e filmati. Antichi muri, prospettive, architetture milanesi e no, fanno da eco al «Carnevale dei poveri» e al «Giovedì grasso», titoli usati dall’autore per descrivere alcune sue opere dove vengono messe in risalto le case di ringhiera della vecchia Milano, unita alla vivacità dei personaggi che animavano quei luoghi.
In «Giovedì grasso» il porticato - come spiega Fanny Usellini nel catalogo che accompagna la mostra edito da Silvia Editrice - si snoda nella sua elegante e prospettica struttura, divenendo luogo di protezione e rifugio per seminaristi ed educande ma anche invasione da parte di maschere beffarde e divertite che si compiacciono di provocare chi, ligio al dovere, non partecipa alla spensieratezza del carnevale».
In «Fine di carnevale» e «Alba di Quaresima» l’antica facciata di una basilica, simbolo di preghiera e silenzio, diventa un motivo di contrasto spirituale tra la compostezza della struttura severa e il colorato disordine della piazza dove le maschere carnevalesche giacciono stanche e malinconiche.
La capacità dell’artista di cogliere la realtà nei suoi significati più profondi con l’aiuto dell’ironia e della fantasia creativa fa di Usellini un caso unico nella storia dell’arte. In «Come tira il vento» la metamorfosi dei cappelli a cono dei Pierrot «in bianche vele», come cita il testo, che velocemente si allontanano sul mare creano distorsioni di verità e contemporaneamente giochi di colore. Anche in «Maschera rossa», un altro ritratto di Usellini, la maschera è abbassata per rivelare il vero volto. Il suo volto, stando ai suoi scritti, serve per denunciare l’ipocrisia umana: la maschera è un mezzo arguto investigativo per carpire vizi e virtù.
Usellini rimane di fatto l’artista che più ha scandagliato il tema del carnevale con le sue gioie, le sue passioni, emozioni e tristezze. Ogni quadro in mostra alla Permanente fa meditare come hanno sempre fatto meditare i travestimenti dell’artista. Un esempio? In una festa in maschera sul piroscafo Vulcania, mentre si reca a New York prende spunti per una mostra realizzata nel 1948: si era travestito in una sorta di padre francescano. Tra le sue esposizioni più di successo quella di Parigi del 1937 dove ha ricevuto una medaglia d’oro, a New York nel 1948, ma i milanesi si ricordano di lui soprattutto per la personale a Palazzo Reale nel 1955 dove tutto il suo estro è stato messo in mostra.