Usi, abusi e trucchi nel sottobosco delle vecchie «grida»

da Milano

Ormai è storia, i trucchi si possono svelare. Prima del 1991 (anno della legge sulle Sim) e soprattutto prima della completa informatizzazione, la Borsa «gridata» aveva limiti e debolezze. Insinuandosi oltre queste maglie, gli intermediari - diciamo così - più svegli, potevano maneggiare con fantasia e arricchirsi. Intendiamoci: parliamo di quel folto sottobosco più anonimo e furbacchione; di molti, ma non di tutti. «Ho ricevuto un ordine d’acquisto per un milione di Telecom. L’ho eseguito a 999 lire: lo ricordo come se fosse oggi. Poi il titolo ha strappato e ha chiuso a 1.035. Avrei potuto dire al cliente: ho comprato in chiusura, a 1.035. Sarebbero stati 36 milioni per me. Non l’ho fatto», racconta un operatore ancora sulla piazza che non vuole essere citato. Il fatto era proprio questo: il cliente non poteva sapere con certezza a che prezzo era stato concluso il suo affare. I valori ufficiali erano quelli di apertura e di chiusura, e solo in questi momenti operavano gli intermediari più seri: in questo mondo si evitava qualunque dubbio del cliente. Ma c’era anche una trattativa continua, il cosiddetto «durante», nella quale le contrattazioni alla corbeille avvenivano a due voci, domanda offerta, senza possibilità di controllo. Bastava che i due si mettessero d’accordo tra di loro. Era qui che si faceva la «cresta» sul prezzo. Se il cliente fissava un prezzo e il contratto veniva eseguito a un prezzo differente, lo sfrido restava appiccicato da qualche parte. Oppure il cliente fissava un prezzo, l’intermediario eseguiva, poi il titolo strappava, e l’intermediario lo rivendeva in proprio, dichiarando al cliente di non essere stato in grado di acquistarlo al suo prezzo; e il guadagno dell’operazione restava a lui. In Borsa naturalmente non tutti erano uguali, e la reputazione era un valore riconosciuto. Ma, sotto sotto, la maggioranza riusciva ad arrotondare.
C’erano anche metodi più regolari. In Italia, all’epoca, nelle dieci Borse (oltre a Milano, Roma, Napoli, Torino, Trieste, Venezia, Firenze, Bologna, Genova, Palermo) erano quotati tutti i titoli principali, che valevano prezzi non sempre identici; al telefono con più agenti, sulle varie piazze, erano possibili «arbitraggi» che permettevano di lucrare comprando dove il titolo quotava meno e vendendo dove quotava di più. Simultaneamente.
Poi c’era la cosiddetta «coda»; molti operatori seguivano, fisicamente, gli agenti più importanti, che si sapeva essere legati ai grandi gruppi. Compravano? Tutti dietro. Vendevano? Smobilizzi a valanga. Ma, ovviamente, gli agenti erano tutt’altro che ingenui e a volte creavano i trabocchetti. Un ordine (fittizio) di, poniamo, un milione di titoli aveva l’effetto di far strappare il prezzo del 3-4%; era «denaro» a vuoto, perché l’agente fingeva di ignorare il venditore (nella bagarre delle grida era tutt’altro che impossibile). Ma intanto il branco degli scimmiottatori era indirizzato.
I grandi volumi inducevano anche ad altre manovre, praticate soprattutto da (scorretti) gestori di fondi; se l’intento era di abbattere il prezzo, grandi quantitativi di titoli venivano scaricati sul mercato «al meglio», e cioè a qualunque prezzo. Il valore del titolo veniva «schiacciato», ma il gestore aveva l’accortezza di avvertire: gli ultimi (poniamo) 10mila titoli (e cioè quelli al prezzo più basso) li vendi a mia moglie...
C’erano anche i trucchi delle società: prima della concentrazione delle operazioni in Borsa, prima cioè che venisse creato il «mercato dei blocchi», i pacchetti di maggioranza transitavano privatamente a prezzi anche tripli rispetto a quelli del listino. Ma poi, a bilancio, la differenza veniva esposta come minusvalenza su partecipazioni. Così i «soliti noti» si compravano le aziende col concorso fiscale!