Usiamo gli immobili per ridurre il debito

Non v’è dubbio. Un’economia internazionale per cui le cose si mettono male aggrava i nostri guai, e spiega una campagna elettorale così calma, però al contempo nervosa, preoccupata. Perché è evidente: accordare crescita e conti pubblici sarà più dura. E ormai poco conta recriminare sugli errori del povero Prodi, che ha tassato la crescita per aumentare le spese statali. Con meno crescita la congiuntura stavolta non può aiutarci. Di qui tutta la prudenza di Berlusconi a Cernobbio. Giacché chi governerà dovrà incaricarsi di atti concreti, tra i quali, persino ai veltroniani pare ovvio, vi sarà l’uso dei patrimoni pubblici a riduzione del debito. Ma come? Uno scenario da rivoluzione francese, quando la République, emettendo titoli coperti da proprietà pubbliche, finanziò e vinse le guerre, è impensabile. Sarebbe uno scenario di bancarotta e con speculazioni non accettabili. E l’idea dei buoni usati nella Russia di Eltsin per privatizzare è anche lei improponibile. Con un debito pubblico posseduto per più del 40% all’estero sarebbe il caos. Il buon senso implica strade diverse, ben più ponderate, per gestire l’enormità delle cifre in gioco.
Tra esse non si potrà far a meno di considerare la proposta con cui il professore Guarino, più di due anni fa, suggeriva di costituire una società per azioni o superfondo. Ad esso si sarebbe dovuto conferire una quota superiore a 400 miliardi di patrimoni pubblici col compito di valorizzarli e portarli a riduzione del debito. Il risultato sarebbe stato nel più ottimista dei casi, una riduzione del debito pubblico al 70% del Pil. Forse troppo; comunque se ne sarebbe ottenuto abbastanza, e l’operazione sarebbe stata pur sempre filtrata dal mercato. E da una società che avrebbe avuto interesse a non svendere e con una stima corretta dei valori effettivi. Meglio degli assegnati della Francia rivoluzionaria. E tuttavia i prossimi saranno anni di preferenza per la liquidità, e la collocazione di una cifra così enorme incontrerebbe enormi difficoltà. Le dimensioni sono mostruose. Inoltre l’idea non tiene conto del problema politico: la parte più consistente per patrimonio vendibile non è dello stato centrale. E senza le partecipazioni e gli immobili degli enti locali l’operazione non funzionerebbe. Terzo problema: i governi conservatori del Regno Unito privatizzarono sì circa la metà degli attivi del settore pubblico; segno che l’operazione è fattibile. Ma sia la spesa pubblica, sia il rapporto debito/pil, poi risalirono in una misura sensibile. Se è avvenuto pure là, malgrado la Signora Thatcher, figurarsi in Italia. Il rischio è insomma quello di finanziare il prosieguo dello spreco di spesa pubblica con le privatizzazioni.
L’argomento, come avrà capito il lettore, è sterminato, e lo si poteva solo sfiorare in un articolo di giornale. Comunque se ne potrebbero qui dedurre delle conclusioni sulle quali è un bene che la pubblica opinione già rifletta. Occorre coinvolgere tutti gli enti locali, per esempio vincolando trasferimenti del governo centrale e federalismo fiscale a quote da raggiungere di privatizzazioni. Dovrebbero assumersi, pure essi, insomma la responsabilità del debito e andrebbe impedito che i loro patrimoni finiscano in spese. Anche perciò il decumulo del patrimonio e del debito pubblico andrebbe decentrato. E il progetto dovrebbe accordarsi a una riforma radicale dello Stato: quindi a più sussidiarietà e drastica riduzione della spesa pubblica. Nella difficile congiuntura delle borse e delle banche oggi più che sul mercato si dovrà piuttosto contare sul buon senso di un grande accordo condiviso. Questo è certo uno dei temi sui quali nessuno potrà pensare di governare da solo.
Geminello Alv