Ustica, cade la tesi del muro di gomma anche la Cassazione assolve i generali

Respinto il ricorso contro gli alti ufficiali sostenuto dal governo. La difesa: «Un processo di serie C». I familiari delle vittime: «Resta un problema di dignità nazionale»

Finisce nell’unico modo in cui poteva finire: assoluzione piena per i generali. La Cassazione, dopo quasi ventisette anni di indagini e processi, chiude la partita sul disastro di Ustica. L’estremo ricorso della Procura generale viene dichiarato inammissibile: Lamberto Bartolucci e Franco Ferri escono a testa alta. Senza macchie né ombre. «Finalmente - commenta Ferri - la mia onestà viene riconosciuta definitivamente». «Non mi aspettavo nulla e così è stato - replica gelida Daria Bonfietti, Presidente dell’associazione che riunisce i familiari delle 81 vittime, perite la sera del 27 giugno 1980 -. Il problema resta politico e di dignità nazionale».
La tragedia di Ustica esce dai tribunali e viene consegnata al catalogo, sempre più corposo, dei misteri d’Italia. Perché cadde il Dc9 dell’Itavia? A questa domanda, decisiva, non si è trovata risposta, anche se Frank Taylor - lo stesso scienziato che scoprì perché era caduto l’aereo della Pan Am a Lockerbie in Scozia - e gli altri dieci periti nominati all’inizio degli anni Novanta per chiarire le cause della sciagura, si erano orientati verso la tesi della bomba. Incredibilmente, la magistratura accantonò quella pista e si lanciò alla ricerca di un fantomatico missile. I giudici hanno cercato di tenere viva la suggestione della battaglia aerea, collegata al missile e hanno portato sul banco degli accusati un pugno di generali contestando loro un reato gravissimo: l’attentato agli organi costituzionali con l’aggravante dell’alto tradimento. Quasi un crimine da romanzo ottocentesco. In poche parole gli alti ufficiali avrebbero depistato e mentito. Impianto traballante, in assenza del perché della tragedia, che già in primo grado era quasi venuto giù: il reato era stato derubricato in quello assai meno grave di turbativa, coperta dalla prescrizione. In appello, poi, era arrivata l’assoluzione piena.
Ora l’ultimo tentativo. La Procura generale ha chiesto di modificare la formula assolutoria rendendola meno limpida: non più perché il fatto non sussiste ma perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato. L’articolo 289 del codice, quello alla base del processo, è infatti stato modificato negli ultimi mesi. L’Avvocatura dello Stato, su input del Governo Prodi, si è associata caldeggiando l’ennesimo ricorso contro i generali. Un’eventuale modifica della sentenza avrebbe appunto gettato schizzi di fango sugli alti ufficiali e riaperto in qualche modo il mercato dei risarcimenti per le vittime.
Ma il verdetto tranchant della Suprema corte segna la parola fine. «La Cassazione ha dissolto per sempre le ombre gettate sull’Aeronautica», afferma il capo di Stato maggiore della Forza armata, Vincenzo Camporini. «Invece di cercare la verità su Ustica - spiega l’avvocato Enzo Musco, difensore di Ferri - si sono cercate responsabilità dei generali. In ogni caso il risarcimento è già previsto in Finanziaria con un comma che equipara le vittime a bordo dell’Itavia alle vittime del terrorismo».
Operazione sacrosanta che non restituisce però la verità. Per anni centinaia di articoli e pamphlet hanno dipinto i generali come perfidi burattini al servizio di trame oscure, pronti a tutto pur di nascondere i war games che sarebbero andati in scena quella sera d’inizio estate del 1980. Opinionisti e intellettuali hanno data per scontata una battaglia nei cieli di Sicilia e altrettanto per certo il missile assassino, presumibilmente lanciato da un velivolo Usa. Un film, Il muro di gomma di Marco Risi, ha fatto epoca raccontando le presunte omissioni, le presunte bugie, i presunti depistaggi degli imputati. Poi è stato ripescato in fondo al mare il relitto del Dc9 e si è constatato che non poteva essere stato un missile a provocare quello scempio. Ustica torna ad essere un doloroso punto di domanda. Anche se forse, la soluzione era nella toilette di coda del Dc9. «Non si è ripescato - tuona Musco - solo un piccolo pezzo del Dc9, quello corrispondente alla toiletta in cui, quasi sicuramente, c’era la bomba». Un ordigno che, il gioco delle date è troppo invitante, rimanda al massacro di Bologna, avvenuto soltanto un mese dopo, il 2 agosto 1980. E ancora in cerca di una spiegazione convincente.