Ustica, la Cassazione smonta il «muro di gomma»

da Milano

Marco Risi ci ha fatto anche un film: «Il muro di gomma». Costruito con i mattoni dei depistaggi, delle menzogne, delle omissioni da parte dei generali dell’Aeronautica militare. Libri, articoli, infiammate orazioni politiche: per un periodo lunghissimo la società civile e la magistratura hanno picconato il muro di gomma. Hanno scavato e interrogato e processato generali e colonnelli e semplici radaristi. La tragedia di Ustica, quegli 81 morti in pancia al Dc9 dell’Itavia finiti in fondo al mar Tirreno la sera del 27 giugno 1980, meritavano una meticolosa, quasi ossessiva ricerca della verità. Pezzo dopo pezzo, sentenza dopo sentenza, le responsabilità dei militari si sono assottigliate: alla fine il muro di gomma è venuto giù insieme al capo d’imputazione da ergastolo poggiato per tanto tempo sulle spalle degli alti ufficiali.
Il muro di gomma non c’è più, forse così com’è stato concepito non c’è mai stato. Ora ce n’è un altro: il muro del silenzio. Perché le pagine della Corte d’assise d’appello di Roma e della Cassazione che hanno cancellato le ombre sulle condotte dei generali sono tabù. Nessuno ne parla, nessuno forse le ha lette, nessuno ne tiene conto. Ustica resta e resterà, chissà per quanto tempo ancora, sinonimo di intrigo, di maneggi, di una ragion di Stato che calpesta i drammi degli uomini.
Eppure, anche le recenti motivazioni del verdetto della Cassazione, spazzano via tutte le prove, le mezze prove e gli indizi raccolti a partire dal 1980 dai giudici istruttori. La Suprema corte parte dalla formula utilizzata dalla Corte d’assise d’appello di Roma per mandare assolti due imputati rimasti, i generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri: l’articolo 530 comma 2 del codice penale. Per i quotidiani quella è la vecchia insufficienza di prove, insomma una situazione che lascerebbe macchie sulla coscienza dei due, accusati, addirittura, di alto tradimento. Ma non è così e la Suprema corte lo spiega: «La formula assolutoria è riferita alla mancanza della prova e non già all’insufficienza o alla contraddittorietà».
Le prove della colpevolezza, in realtà, non ci sono. E la Cassazione recupera i passaggi decisivi del verdetto d’appello per smontare un’accusa indimostrabile. Il punto chiave è a pagina 68 della sentenza d’appello: i generali infatti erano accusati di aver mentito, ecco l’alto tradimento, e di non aver detto ai loro referenti istituzionali una verità inconfessabile emersa dietro le quinte dell’apparato militare: la notte del 27 giugno 1980 un aereo volava a fianco del Dc9. Quell’aereo, mai rintracciato, sarebbe la prova provata della fantomatica battaglia aerea di cui si parla da 27 anni e la battaglia aerea, ça va sans dire, sarebbe la causa della caduta, o meglio dell’abbattimento del velivolo, tirato giù da un missile o per effetto di una semicollisione. La Corte d’appello si concentra naturalmente sul primo punto, il teorema che giustifica gli altri. C’era un aereo coperto dal Dc9?
«L’esistenza di un velivolo che volava accanto al Dc9 Itavia è supportata solo da ipotesi, deduzioni, probabilità e da basse percentuali e mai da certezze. Non è stato raggiunto cioè un risultato di ragionevole certezza su un presunto velivolo che avrebbe volato accanto o sotto il Dc9 Itavia ma sono emerse solo mere probabilità di significato».
Tante, tantissime suggestioni. Poco, pochissimo, quasi nulla in concreto. Altro che wargames nei cieli di Sicilia. E allora come avrebbe fatto Bartolucci a ingannare il mondo della politica? Che cosa avrebbe nascosto sotto il tavolo dei rapporti con i militari alleati? La Cassazione sottolinea un altro stralcio della sentenza d’appello: «“Vi sono solo deduzioni, ipotesi, verosimiglianze”, “non poteva non sapere”, “rilievi di ordine logico”, ma nulla che abbia la veste non solo di una prova ma anche di un indizio».
Ecco, contro Bartolucci, imputato principe, non c’è una prova che sia una. Anzi, non c’è lo straccio di un indizio. Ventisette anni dopo, è questa la sconvolgente verità. Migliaia di carte, faldoni, perizie, in uno dei procedimenti più bulimici della storia d’Italia. Ipotesi accusatorie da romanzo di fantascienza e poi «nulla che abbia la veste non solo di una prova ma anche di un indizio». Altro che muro di gomma. E la Corte d’assise d’appello lo scrive: «Qualche familiare delle vittime ha definito una vergogna l’assoluzione. La corte era ben conscia dell’impatto negativo di un’ulteriore sentenza assolutoria anche nei confronti dei due generali ma a fronte di commettere un’ingiustizia, perché tale sarebbe stata una condanna, andare contro l’opinione pubblica non costituisce un ostacolo. In quel caso, allora si sarebbe trattato di una vergogna perché si sarebbero condannati o ritenuti responsabili di un reato persone nei cui confronti vi era difetto assoluto di prova».
Ecco, la vergogna di Ustica: condannare chi era innocente. Un pericolo scongiurato dal coraggio dei giudici di secondo grado. Un giudizio che anche la Cassazione fa suo nel motivare l’ assoluzione definitiva di Bartolucci e Ferri. E il partito dei colpevolisti che dice? Nulla, è molto più facile far finta di niente. Al posto del muro di gomma, il muro del silenzio.