Ustica e Bologna, prima delle stragi gli arabi lanciarono un ultimatum

Le informative del Sismi: minacce di ritorsioni dopo l’arresto del terrorista Abu Saleh. I contatti col Pci e il viaggio del pm Sica che smonta la «pista nera»

Claudia Passa

da Roma

C’era un ultimatum, nel 1980, che scadeva a ridosso delle stragi di Ustica e Bologna. Era arrivato da ambienti arabi, dopo un’escalation di minacce dirette al nostro Paese. Le richieste erano pressanti, il ricatto nei confronti del governo italiano via via più insistente. La ritorsione paventata, un attentato terroristico. Possibile bersaglio, un aereo di linea italiano.
Missili per il Libano
Dopo le informative Ucigos pubblicate dal Giornale sul «fermento» dei palestinesi per la cattura di Abu Anzeh Saleh, braccio destro del super-terrorista Carlos a Bologna ed esponente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, arrivano dal Sismi nuove clamorose rivelazioni. La «pista araba» per le stragi dell’estate 1980 parte proprio dall’arresto e dalla condanna in primo grado di Saleh, catturato nel novembre ’79 assieme a Daniele Pifano e altri due esponenti dell’Autonomia Operaia per il ritrovamento di missili Sam7 Strela diretti in Libano. Le note del prefetto Gaspare De Francisci, ex capo dell’antiterrorismo, segnalavano le «reazioni negative dell’Fplp», le «pressioni sul governo», il timore di «ritorsioni», l’incubo di un «ricatto terroristico» per ottenere la scarcerazione di colui che l’intelligence dipingeva come il responsabile del Fronte in Italia per l’attività militare e l’approvvigionamento di armi. Nello stesso periodo, il Sismi registrava una terrificante escalation di minacce. L’Fplp, tramite i rappresentanti in Italia e i leader venuti apposta nel nostro Paese, alzava il prezzo del ricatto. L’attenzione era puntata sugli interessi italiani in Libano ma soprattutto su attacchi terroristici da mettere a segno nei nostri confini. Il 15 maggio 1980, a ridosso della strage di Ustica (27 giugno) dagli arabi sarebbe arrivato l’ultimatum: la «lista della spesa» - una decina di condizioni fra cui il pagamento di 60mila dollari per i missili sequestrati - doveva essere esaudita entro e non oltre la data stabilita. Il governo avrebbe tentato la mediazione, accettando alcune condizioni e tenendo il punto su altre. Nel frattempo, all’approssimarsi dell’«ora X», gli arabi avrebbero delineato i contorni dell’azione ritorsiva, minacciando di prendere di mira un aereo di linea.
L’incontro con Pajetta
«Gli avvertimenti venivano sventolati sotto il naso del Partito comunista - spiega Enzo Fragalà di An -. Forse ora si può intuire perché il Pci, come denunciato dall’avvocato Montorsi, decise di inserirsi nelle indagini sulla strage di Bologna, orientandole verso la “pista nera”». Per capire cosa c’entra il Pci, bisogna fare un passo indietro. Il Viminale (sollecitato dal Sid) aveva disposto l’allontanamento dall’Italia di Saleh; e i Servizi annotavano gli interventi di «esponenti del Pci» per ottenere, invano, la revoca del provvedimento. Si scopre oggi che Saleh, a Botteghe Oscure, avrebbe puntato molto in alto. Sarebbe riuscito a incontrare persino Giancarlo Pajetta, al quale - annota sempre il Sismi - il terrorista avrebbe fatto sapere che se fosse stato espulso (come in effetti avvenne) si sarebbe vendicato con attentati nel nostro Paese. A quel punto, il deputato Pci avrebbe chiamato il ministero dell’Interno. Sarà un caso, ma proprio in quel periodo il Viminale riferiva di una «fonte qualificata» che avrebbe allertato sul possibile rientro in Italia di Saleh (allontanato nonostante le pressioni sul Pci), sotto falso nome e con lo scopo di compiere un attentato.
A farlo rientrare ci avrebbe pensato di lì a poco Stefano Giovannone, celebre capocentro Sismi a Beirut. Oggi Saleh vive a Damasco. E in una recente intervista al manifesto ha smentito le pressioni dell’Fplp, le coperture del Pci, ha negato rapporti con Carlos e la sua rete. Ma non ha spiegato cosa ci facesse il suo indirizzo bolognese, indicato come recapito per trovare granate e dinamite, nei documenti di Mourkabal Michel Walid, luogotenente di Carlos ucciso dal super-terrorista in un conflitto a fuoco. Né ha fatto cenno ai contatti con Alessandro Girardi, uno dei quattro presunti Br finiti nell’inchiesta del giudice francese Louis Bruguiere sulla rete dello «Sciacallo». Dei legami fra Saleh e l’Osama venezuelano, inoltre, i Servizi erano già stati avvertiti nel ’75. Quando Saleh fu arrestato per i missili di Ortona, dunque, il personaggio era già noto come «luogotenente di Carlos». Le tracce che portano a quest’ultimo non finiscono qui, ma conducono all’«Albergo Centrale» di Bologna, via della Zecca 2, stanza 21. Dove, stando a un rapporto controfirmato dal capo della Polizia Gianni De Gennaro, il 1° agosto 1980 (il giorno prima della strage alla stazione) alloggiò Thomas Kram, militante delle Cellule rivoluzionarie.
Relazioni pericolose
E se le «falangi» libanesi furono collegate all’estrema destra proprio nell’istruttoria sulla bomba di Bologna, è ancora il Sismi a dar conto di un viaggio in Libano del magistrato Domenico Sica, per appurare presso esponenti di Al Fatah se queste «relazioni pericolose» esistessero per davvero. «Da tali contatti - annotano gli 007 - non sono però emerse indicazioni nella direzione suddetta». La stessa fonte attribuisce a Sica il ruolo di «mediatore» col Fplp, per conto di «organi governativi», per «contrattare la scarcerazione di Saleh». Il magistrato avrebbe rassicurato gli interlocutori sul processo d’appello per i missili, e anche sulla successiva espulsione di Saleh dall’Italia. «Sarà subito allontanato - riferisce la fonte del Sismi - ma, come già successo un’altra volta, vi potrà tornare dopo un breve periodo per “consentirgli di portare a termine gli studi”».
Non è dato sapere se Sica abbia davvero incontrato esponenti del Fplp, né tantomeno se abbia «contrattato» la posizione di Saleh. Quel che è certo è solo che nell’agosto del 1981 Saleh fu l’unico a uscire di galera per decorrenza dei termini.

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