Ustica, il governo fa la guerra all’Aeronautica

da Milano

Il governo Prodi non ci sta. Non accetta la sentenza di assoluzione dei generali accusati di aver nascosto la verità sul disastro di Ustica. Vuole un altro processo contro gli alti ufficiali e non teme che alla fine di un nuovo dibattimento la magistratura presenti il conto proprio a Palazzo Chigi: meglio una verità politicamente corretta, anche se questa potrebbe costare centinaia di milioni di euro agli italiani. Addirittura 1.700 miliardi di lire, ovvero la cifra richiesta a suo tempo da Aldo Davanzali, il patron dell’Itavia e del Dc9 caduto nei cieli di Sicilia il 27 giugno 1980.
In realtà la parola fine è a portata di mano: il 10 gennaio andrà in scena in Cassazione l’ultimo atto di una vicenda che si trascina dall’estate di ventisette anni fa, quando l’aereo dell’Itavia con 81 persone a bordo precipitò in mare. Per lungo tempo la magistratura ha ipotizzato che il velivolo fosse stato colpito da un missile e ha immaginato una battaglia intorno all’aereo. Ma poi, pezzo dopo pezzo, tutto l’impianto accusatorio è franato e infine anche agli alti ufficiali, portati sul banco dell’accusa per aver mentito e depistato, è stato restituito l’onore. La corte d’assise d’appello di Roma ha assolto Lamberto Bartolucci e Franco Ferri con la formula più ampia: perché il fatto non sussiste.
Partita finita? Sì, secondo l’Avvocatura dello Stato che in maggio scrive alla Presidenza del consiglio dei ministri spiegando che «non sono ravvisabili i presupposti per poter proporre validi motivi di ricorso». Secondo i legali, «si è in presenza di una sentenza che ha escluso la responsabilità penale degli imputati all’esito di un rigoroso e approfondito scrutinio delle emergenze processuali, condotto in puntuale conformità alle regole di valutazione degli indizi e degli elementi di prova raccolti nel corso del processo».
Il 23 maggio, Palazzo Chigi, dove Romano Prodi si è insediato da soli sei giorni, decide però di andare avanti: «Questa Presidenza ritiene opportuno che venga formalizzata la impugnativa già proposta da codesta avvocatura, anche in relazione all’eccezionale rilevanza del processo e alle necessarie implicazioni nella scelta dell’impugnativa di complesse componenti quali l’alto numero delle vittime e la risonanza del processo presso l’opinione pubblica».
Dunque, si procede. Una valutazione politica convince lo Stato ad inseguire un’altra verità, a combattere contro un’assoluzione decisa dalla magistratura, quindi dallo stesso Stato, e che riguarda pezzi importanti dello Stato, come i vertici dell’epoca dell’Aeronautica militare. Così Palazzo Chigi, attraverso l’Avvocatura, siederà sui banchi delle parti civili per l’ultima battaglia. Anche se lo stesso Stato è contemporaneamente il responsabile civile, ovvero chi dovrebbe pagare se venisse evidenziata una qualche responsabilità dei generali. Paradossale, ma vero.
Nel processo civile, parallelo a quello penale, Aldo Davanzali, ex Presidente e socio dell’Itavia, la compagnia cui apparteneva lo sfortunato Dc9, aveva chiesto allo Stato la bellezza di 1.700 miliardi di lire. Nei giorni successivi alla tragedia, era circolata la voce che il Dc9 fosse caduto per un cedimento strutturale e dunque il peso della sciagura era ricaduto interamente sull’Itavia, travolta dalle polemiche. Poi l’indagine condotta dal giudice istruttore Rosario Priore aveva puntato il dito contro i silenzi e le omissioni di Stato scagionando la compagnia. «Una cosa è sicura - aveva detto Davanzali avviando la causa - la tragedia non fu dovuta al cedimento strutturale dell’aereo, il Dc9 I Tigi decollato il 27 giugno 1980 dall’aeroporto di Bologna per Palermo. Il velivolo non era né vecchio, né maltenuto, né tantomeno era stato omesso alcun controllo per la sicurezza dei passeggeri». Davanzali è morto, la causa prosegue senza di lui, ma nel 2003 in un procedimento secondario, partito con la denuncia del commissario che aveva preso in mano l’Itavia dopo lo sfascio seguito alla catastrofe, il Tribunale ha stabilito che l’Itavia ha diritto ad un risarcimento di 108 milioni di euro. A pagare saranno i Ministeri della Difesa, dell’Interno e dei Trasporti.
È chiaro che l’assoluzione su tutta la linea dei generali indebolisce enormemente le pretese risarcitorie da parte dell’Itavia e di qualsiasi altro soggetto nei confronti dello Stato. Non dimostrata la battaglia aerea, caduta miseramente la tesi del missile, spazzati via le menzogne e i depistaggi di Stato, il disastro di Ustica torna al punto di partenza: un mistero italiano. Un mistero e non un segreto di Stato, la cui verità sarebbe nascosta in qualche cassetto (tutte le carte di questa vicenda infinita sono disponibili sul sito www.comitato perustica.it).
Palazzo Chigi però non accetta questo finale ed è disposto anche a pagare centinaia di milioni di euro pur di separare le proprie responsabilità da quelle dei generali e di chiunque ha avuto a che fare con questa tragedia, ritenuta da una buona metà del Paese il frutto avvelenato di oscuri wargames, come documenta il celeberrimo film di Marco Risi Il muro di gomma. Che sposa la tesi del missile, di cui però non è stata trovata traccia quando il relitto del Dc9 è stato ripescato sui fondali del Mar Tirreno.
Il Governo non arretra. E torna alla contestazione originaria, l’attentato agli organi costituzionali con l’aggravante dell’alto tradimento: in primo grado Ferri e Bartolucci se l’erano cavata con la prescrizione, perché era stata riconosciuta soltanto una fattispecie assai meno grave, la cosiddetta turbativa. Poca cosa rispetto al capo d’imputazione. Poi in secondo grado era arrivata l’assoluzione piena. Una débâcle. Come se non bastasse, l’Avvocatura fa notare che il codice penale è stato modificato sul punto: «Per effetto di tale modifica legislativa il reato di attentato contro gli organi costituzionali è configurabile solo laddove gli atti... siano qualificati come violenti ed inoltre non è più prevista l’ipotesi della cosiddetta turbativa». Peraltro caduta in appello. Se ne ricava, secondo l’Avvocatura, «che anche ove si volesse fare ricorso per Cassazione, tale iniziativa sarebbe comunque destinata al fallimento, poiché la Suprema corte dovrebbe tener conto della circostanza che il fatto non è più previsto dalla legge come reato».
Neanche questa obiezione scalfisce l’ostinazione del Governo che non vuole rassegnarsi davanti alle sentenze di assoluzione: «L’imputazione di un reato militare, l’alto tradimento, fa ritenere opinabile la formulazione operata nella decisione del reato di turbativa anziché di quello di impedimento all’attività di Governo». Ricapitolando: al Governo sta bene solo l’imputazione originaria, l’alto tradimento. E non va giù né il verdetto di primo grado, fermatosi alla turbativa, né tantomeno quello di appello che ha spazzato via tutto.
Per la cronaca va detto che nel 1999 il Giornale intervistò Frank Taylor, il più autorevole degli undici periti chiamati da Priore nel 1990 per stabilire le cause del disastro. E Taylor, un’autorità mondiale, fu chiaro. Anzi, esplicito fino alla polemica: «A provocare la tragedia fu una bomba. Ma i magistrati non volevano sentire la parola bomba». Scartata la pista della bomba, naufragata quella del missile, poco credibile quella della quasi collisione con un fantomatico aereo militare, Ustica è solo un punto di domanda. E se non è chiara la dinamica del disastro, diventa quasi incomprensibile un atto d’accusa ai generali che avrebbero nascosto una verità che nessuno conosce. Non importa. Il Governo vuole giocare anche l’ultima partita, in Cassazione. E ha messo in conto di poter pagare un prezzo. Molto alto.