Ustionata con l’acido: la sorella denunciò l’imam

Giallo a Verona: la marocchina avrebbe tentato il suicidio dopo aver subito intimidazioni. La Santanché: «Emarginata dalla sua comunità»

nostro inviato a Verona

Sua sorella, Amal el Bourfai, «madre coraggio» marocchina, aveva denunciato le botte e i maltrattamenti subiti dal marito musulmano. Lei, Halima el Bourfai, giace da 10 giorni fasciata e immobile in un letto del Centro ustioni dell’ospedale Borgo Trento di Verona. Il collo e parte del petto sono coperti di bruciature, lesioni di secondo e terzo grado provocate da acido. Halima non è in pericolo di vita, ma è in attesa di un trapianto di pelle. La prognosi è superiore ai 20 giorni e la polizia si occupa del caso. La donna non ha denunciato nessuno.
È un giallo la storia di Halima. Altri maltrattamenti o aggressioni, dopo quelli subiti dalla sorella? L’ipotesi è esclusa dall’avvocato Rosanna Credendino, legale di Amal e vicepresidente del Telefono Rosa di Verona: «Questa non è una vicenda di maltrattamenti in famiglia o di lesioni». Il procuratore di Verona, Guido Papalia, conferma: era stato lo stesso marito di Halima, un italiano convertito all’islam, a chiamare il 118 lo scorso 12 marzo e ad accompagnare la moglie in ospedale.
Un incidente domestico, come sembra abbia detto l’extracomunitaria all’atto del ricovero? Difficile che quel tipo di ustioni possano essere una fatalità.
«La versione ufficiosa parla di un tentativo di suicidio provocato dalle continue aggressioni e intimidazioni che la donna subiva», sostiene l’onorevole Daniela Santanché (An) che ha sollevato il caso. È l’ipotesi più drammatica, un atroce destino di sofferenze e dolore riunirebbe le due sorelle. Ma è inimmaginabile la disperazione che porterebbe a scegliere una via simile per darsi la morte.
I lati oscuri di questa vicenda sono molti. «Voglio chiarezza», chiede Santanché. «Occorre indagare», fa eco Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia. «La magistratura deve chiarire l’episodio, che non è il primo e non sarà neppure l’ultimo, vista la condizione di troppe donne musulmane che vivono in Italia», chiede anche Souad Sbai, presidente delle donne marocchine in Italia e membro della Consulta islamica. «Il silenzio assordante attorno a questo episodio è gravissimo - ha detto Souad Sbai - e bene ha fatto l’onorevole Santanché a denunciarlo. Il fatto che la donna non parli più con nessuno è agghiacciante e dimostra che vive in una situazione non solo di pericolo ma anche di paura».
Halima è una donna coraggiosa, come la sorella. È venuta a vivere a Verona per esserle più vicina. Nelle scorse settimane, quando si seppe delle denunce di Amal contro il marito Moustapha Ben Har, le diede pieno appoggio violando i dettami dell’islam che assoggettano totalmente la donna al marito. «Così anche lei, nella comunità islamica di Verona, si guadagnò la terribile fama di donna ribelle; è stata derisa e discriminata», afferma Daniela Santanché.
«Amal vive da sette anni segregata - raccontò Halima - il marito non le ha mai permesso di imparare l’italiano né di integrarsi. Quando la portava al pronto soccorso dopo averla picchiata, era lui a spiegare ai medici che cosa fosse accaduto, accampando scuse disparate. Poi all’uscita strappava i referti, cancellando così ogni prova delle violenze. Mia sorella è in pericolo di vita».
Nonostante le denunce ripetute, Amal non era riuscita a ottenere l’allontanamento del marito. Ben Har l’aveva costretta ad abortire due volte a suon di pugni, l’aveva spedita al pronto soccorso con ferite al volto. L’aggressione più grave avvenne la sera del 26 agosto 2005, dopo che Ben Har - così raccontò il Corriere della Sera - era tornato dalla preghiera del tramonto nella moschea di Verona. Wagdy Ghoneim, imam arrestato in Egitto ed espulso da Canada e Stati Uniti per apologia del terrorismo, aveva invitato i fedeli a «governare le donne come le pecore» e a non farsi scrupoli a picchiarle «perché è il Corano che lo ordina». Tornato a casa, Ben Har spaccò due denti alla moglie e le fece un occhio nero.