V-day, il grido della folla non cambia la politica

L’anagrafe non consente a Beppe Grillo di confrontarsi con Guglielmo Giannini, fondatore nel ’44 del giornale L’Uomo qualunque, un settimanale, volato in un anno da 25mila a 850mila copie, che andava a intercettare gli umori della piazza. Si trattò all’inizio di un movimento culturale nato come espressione di sfiducia verso le istituzioni democratiche, ostile ai partiti per via dell’indifferenza che questi dimostravano verso l’uomo qualunque, appunto, e fortemente critico sul sistema fiscale di allora. Il movimento si sarebbe poi organizzato nei Nuclei qualunquisti e, infine, in un vero e proprio partito. Alle elezioni del ’46 riportò il 5,6 per cento dei voti, ma ebbe breve vita. L’errore fu di andare al governo con De Gasperi nel ’48, finendo per tradire l’ispirazione antipartitica. Fare un confronto tra le piazze di allora e quelle di oggi, dove il Grillo d’Italia, al grido di «vaffanculo» imbonisce le folle contro tutti i partiti è oggettivamente improponibile.
Eppure c’è qualcosa di analogo tra le due esperienze. È come se tornasse ad aleggiare il fantasma della oclocrazia, cioè il potere della folla. Non tanto una folla preparata e protagonista. Si tratta piuttosto del popolo in preda alle suggestioni emotive, adeguatamente indotte da qualche leader carismatico. Uno scenario che descrive una sostanziale lettura negativa della politica, secondo le convinzioni di Rousseau, per le quali il popolo è buono e le élite del potere sono tutte corrotte. Oggettivamente non è che manchino ragioni di delusione, ma dietro il qualunquismo che vorrebbe i politici tutti ladri, buoni a nulla si nasconde, in realtà, la ribellione emotiva dell’uomo qualunque «stufo di tutti e il cui unico ardente desiderio è che nessuno gli rompa più le palle». Sono parole di Giannini. Un sentire che rischia di produrre la disaffezione per il bene comune, causando il ripiegamento dentro le nicchie gnostiche degli illuminati e malcontenti. Grillo è uomo intelligente e animale unico da palcoscenico, ma oltre il compiaciuto narcisismo di chi sente il fascino della piazza plaudente, la sua posizione risente di una visione miope, capace di accendere gli animi, ma di non dare risposte.
Quando invoca l’estrazione a sorte tra i cittadini per eleggere il Parlamento non fa solo della provocazione contro una politica scadente. Decide con una semplificazione di far credere che senza la politica di professione le cose andrebbero meglio. Paolo VI sosteneva che essa, se adeguatamente interpretata, costituisce una delle forme più alte di carità. Lo è perché esige intelligenza, disponibilità, perché domanda mediazioni complesse e non populiste, perché è chiamata a fare letture di grande respiro e previsioni lungimiranti, che domandano preparazione e professionalità. Non basta mettere in fila i politici davanti al plotone d’esecuzione del moralismo di piazza, per annullare competenze spesso geniali. Dire che qualche chirurgo sbaglia, non legittima ad andare in piazza a convincere la gente che il primo macellaio di quartiere potrebbe entrare in sala operatoria a sostituirlo.
Così come non basta piazzarsi sul palco come un novello Omino bianco per gridare: a casa i politici condannati, buttando tutti nel calderone di broda sbiancante, senza distinguo e senza margini di riscatto. I percorsi degli uomini sono cosparsi di ferite, senza che questo autorizzi a trattarli tutti da ladri. A guardare l’umanità dall’alto si rischia di indossare i panni del manicheo, con il rischio di scordare che basta essere uomini per essere come gli altri uomini. Siano essi guitti o semplicemente dei politici.
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