«V’insegno a fare un milione di euro»

Affidereste le vostre speranze di prosperità a un signore che negli ultimi tempi – tra Las Vegas, dove non so che cosa sia andato a fare, e Misano Adriatico, dove partecipava a un corso di guida sicura tenuto da Siegfried Stohr – ha perso tre volte il portafoglio, con dentro dollari, euro, carte di credito e passaporto? Se la risposta è affermativa, Alfio Bardolla, 35 anni, figlio dell’ex capostazione di Chiavenna (Sondrio), fa al caso vostro. Questo valtellinese corpulento, dall’aspetto pacioso del curato di campagna, vanta un’altra formidabile credenziale: reduce da due disastri finanziari consecutivi, cinque anni fa era indebitato per mezzo milione di euro. Mentre oggi vive di rendita e, quando si sveglia la mattina, a seconda dell’umore indossa l’auto preferita, non potendo cambiarsi il maglione, che dev’essere sempre di color arancio, tonalità assai cara a chi sa far di conto: in garage ha una Ferrari F430 spider F1, una Bentley Continental Gtc e una Porsche 911 4S, tutte cabrio, più una Cayenne 4.5 Turbo S per le giornate piovose. E quando non le usa, le noleggia (la rossa di Maranello alla modica tariffa di 5.000 euro a weekend, più 4 euro per ogni chilometro extra), cosicché sono gli altri a pagare il suo leasing.
La teoria di Bardolla è innovativa, anche se in altre epoche l’avevano svilita ad arte di Michelasso: non esiste alcuna relazione fra la capacità di produrre reddito e le ore di fatica che un individuo si accolla. «In altre parole chi lavora tanto nella speranza di diventare ricco è destinato a rimanere povero», semplifica. «Il ricco non lavora per fare i soldi: sono i soldi che lavorano per lui». Guardate lui, appunto, che lavora non meno di 12-14 ore al giorno, però dice di farlo per puro divertimento, giacché dispone di 14 società che valgono dai 12 ai 15 milioni di euro, e comunque tre mesi l’anno è in giro per atolli a fare kitesurf.
Laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative alla Cattolica di Milano, il profeta dei quattrini detersi dal sudore invidia il fratellino, 17 anni meno di lui, «che sicuramente andrà alla Bocconi». Sarebbe stato il suo sogno essere ammesso in quel tempio del sapere, ma gli rifiutarono l’iscrizione: «Durante il test attitudinale sbagliai la colonna delle risposte, alla fine del foglio avevo messo più crocette di quante fossero le domande». La sorella, che ha 31 anni, dopo la laurea in scienze dell’educazione ha aperto una scuola materna privata in Valtellina. Entrambi devono essersi dimenticati di leggere il suo best seller I soldi fanno la felicità (Sperling & Kupfer), giunto alla quinta ristampa, 30.000 copie già vendute, «ho ricevuto persino due offerte per pubblicarlo in Cina». Altrimenti sarebbero qui ad allenarsi alla felicità presso la Alfio Bardolla training company, in un anonimo palazzetto di via Brembo, periferia sud di Milano.
È questo il ruolo che l’inventore del «wellness finanziario» s’è ritagliato: coach, cioè allenatore. Coerente: che sudino gli altri. Per attirare gli atleti, ha anche aggiornato la parabola evangelica dei talenti, ma non dando a uno cinque, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, bensì – assai più munifico, almeno a parole, di Gesù Cristo – 10.000 euro a 100 persone. «Fra un anno sarà accaduto questo: 80 di loro resteranno con meno di 10.000 euro, 16 avranno coperto l’inflazione e si troveranno in tasca 10.300 euro, però gli ultimi quattro disporranno di oltre un milione di euro».
Un milione?
«È un derivato del principio di Pareto o legge 80/20, che l’economista Vilfredo Pareto ricavò studiando la distribuzione del reddito. L’80% dei risultati si ottiene col 20% degli sforzi, così come l’80% delle ricchezze è in mano al 20% della popolazione e l’80% del successo viene dall’atteggiamento psicologico e il 20% dalla tecnica. Molti s’iscrivono ai miei corsi sperando di trovarvi la formula magica. Non ce l’ho. Io ho solo la ricetta per fare la torta».
Trasformare 10.000 euro in un milione significa un interesse del 9.900% annuo. Non siamo nella finanza: è Superenalotto.
«Lo so, sembra incredibile. Invece l’ho fatto io e l’hanno fatto i miei corsisti. Impiegati, carabinieri, portalettere».
Può citarmi qualche nome?
«Subito, se loro fossero d’accordo. Ma in genere chi diventa milionario ha paura a dirlo in giro».
Le propongo un affare: io le consegno adesso 10.000 euro e lei mi sottoscrive un impegno a trasformarli in 100.000 fra un anno. M’accontento d’un decimo di quanto promette.
«Non lo faccio per un motivo semplice: a me interessa che le persone diventino autonome».
Ma come? Rinuncia a 900.000 euro?
«Non m’interessa guadagnare in questo modo. L’obiettivo della mia azienda non è trattenersi un pezzetto del pesce, ma insegnare alla gente a pescare. Non escludo a priori di mettermi in società con alcuni di coloro che seguono i miei corsi. È legale, l’ho già fatto. Da un milione di euro in su, però».
I suoi quanto le davano di paghetta?
«Non ho ricordi di mance».
Quale fu il suo primo stipendio?
«Mai avuto stipendi. Fondai a 19 anni un’aziendina di software, Infosystem. Ma poi, causa insolvenze dei clienti, dovetti chiedere aiuto a mio padre. Per chiudere il buco in banca mi diede 50 milioni, tutta la sua liquidazione».
A quest’ora gliel’avrà restituita, e con gli interessi, immagino.
«Certo. Però dal punto di vista emotivo fu un’esperienza pesantissima. E qualche anno dopo, quando scoppiò la bolla speculativa della new economy, fu anche peggio. Avevo investito parecchio per quotare Infosystem in Borsa, ci fu il crollo del Nasdaq, le banche d’affari si ritirarono e io mi ritrovai a dover ristrutturare a velocità della luce l’azienda per non finire travolto dal crack».
Perché i soldi fanno la felicità?
«Di per sé non la fanno. Ma una statistica dell’inglese Tulip financial research dimostra che chi si guadagna da sé il proprio patrimonio è mediamente più felice di chi lo eredita, perché acquisisce un controllo maggiore sulla propria vita. Gli italiani che possiedono oltre un milione di euro in contanti sono 188.000 e, al contrario di quanto pensa l’uomo della strada, il 90% di costoro sono partiti da zero, cioè sono ricchi di prima generazione».
Chi lo dice?
«La Banca d’Italia. Tutti pensano che in economia vengano prima le cose e poi i soldi. Errore. Prima vengono le persone, poi i soldi e solo alla fine le cose. Occorre distacco dalle cose che non producono denaro, come la casa di proprietà, che è un mito solo nel nostro Paese. Meno del 30% degli svizzeri possiedono un’abitazione. Io stesso abito in affitto. Calcoli alla mano, chi smania per comprarsi un appartamento distrugge un flusso di cassa. S’indebita e fa la fine del criceto, che rimane tutta la vita a girare sulla ruota dentro una gabbia».
Invece arriva lei, col suo programma di 15 sessioni Coaching investire in immobili, 6.800 euro Iva esclusa, e che cosa gli propone?
«Gli insegno come comperare immobili a un prezzo inferiore a quello del mercato, come ristrutturarli in economia e come rivenderli guadagnandoci molto. In altre parole come avere debiti buoni e non cattivi. Il debito buono è quello che produce cash flow, flusso di cassa. Denaro. Se vuole le faccio uno schemino alla lavagna». (Si mette a disegnare).
Meglio un esempio concreto.
«Gliene faccio due. Due immobili fatiscenti comprati nel 2000 a Milano, alle aste immobiliari: bilocale in via Corelli per 29 milioni di lire; monolocale in via Brenta per 34 milioni. In via Corelli ci abitava un marocchino, Ed Dami El Mostafà. Anziché sbatterlo fuori, l’ho coinvolto nei lavori di restauro. Alla fine il primo alloggio è stato venduto a 79.000 euro, il secondo a 84.000. Ci ho guadagnato un centino».
Centomila euro.
«Esatto. Lei mi chiederà: è facile trovare immobili così? Sempre meno. Il mio gruppo non riesce ad andare oltre il 12% delle disponibilità. I soldi si fanno quando si compra, non quando si vende. L’incauto crede che una casa venga messa all’asta dal giudice lavata e stirata. Sbagliato. I rischi sono sempre in agguato: basta che su quell’immobile penda una causa giudiziaria e ci puoi rimettere tutti i soldi».
Per cui?
«Meglio gli stralci. Sono il mio forte. Si va dal proprietario di una casa che non riesce più a pagare il mutuo e le spese condominiali e ci si mette d’accordo prima che l’immobile finisca all’asta».
E lei come lo sa che una persona è in difficoltà?
«I nomi degli esecutati sono pubblici».
Ricorda un po’ lo sciacallo.
«Al contrario. È un’opera meritoria dal punto di vista sociale, perché in questo modo l’esecutato prende un po’ di soldi e viene pulito da tutti debiti. Al momento d’iscrivere un’ipoteca molti dicono: “Vabbè, se non riesco a pagare le rate, al massimo la banca mi porterà via la casa”. Mica vero. Se l’immobile che va all’asta vale, poniamo, 100.000 euro, s’aggiungono 20.000 euro di spese legali e, fra perizie, bolli e notai, fino a 20.000 di spese di tribunale. Quindi l’insolvente spogliato della casa rimane ancora in debito per 40.000 euro».
E per 3.300 euro, sempre Iva esclusa, lei vende anche un software di analisi del mercato finanziario. Basta un computer per diventare ricchi?
«È un programma che sfrutta l’analisi avanzata delle curve di Elliott. Io scommetto che un titolo non salirà e non scenderà sotto un certo livello entro 7-30 giorni e agisco di conseguenza. In realtà non si tratta d’una scommessa, perché mi muovo su fattori già codificati. Lo studio di Thomas Basso sull’andamento delle Borse dimostra che per il 67% del tempo i mercati stanno fermi o si spostano lentamente, per il 20% del tempo salgono più del 5% e per il 13% del tempo scendono più del 5%».
Non le pare offensivo per chi si fa 37 ore settimanali alla catena di montaggio?
«Posso essere onesto?».
Deve, direi.
«Le sembrerò cinico, ma quello è il lavoro che si merita chi non vuol studiare. Il mondo non è mai stato così ricco d’opportunità come oggi. Siamo nell’epoca dell’informazione, non dei telai. Chi ha l’informazione domina chi non ce l’ha. Io sono andato a imparare negli Stati Uniti, ho partecipato a molti corsi dei guru finanziari Robert Allen e Robert Kiyosaki».
Già, ma Warren Buffett, il re degli investitori di Borsa, l’uomo più ricco del pianeta dopo Bill Gates, parla solo una volta l’anno.
«Mi sono iscritto, primo e unico italiano, all’university del multimiliardario Donald Trump. Altri miei connazionali non ne ho visti. Ogni tanto propongo a un amico di venire a questi corsi. “Quanto costa?”, mi chiede. Mille dollari, gli rispondo, e altri 3.000 fra volo e soggiorno. “Quattromila dollari? No, no, troppi. Non posso”. E magari ne ha già persi 400.000 in Borsa perché gli mancano le cognizioni tecniche per fare trading. È assurdo. Se voglio imparare a sciare, mi prendo un maestro di sci. Se voglio diventare ricco, vado a imparare da un ricco, le pare?».
Quanto dichiara nel modello Unico?
«In questo momento non lo so, lo sta compilando il mio commercialista. Qualche centinaia di migliaia di euro».
L’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori l’ha sfidata a esibire le prove che lei ha guadagnato ben 8 milioni di euro in tre anni partendo da zero.
«Se quelli dell’Aduc fossero intellettualmente onesti, gli farei vedere i documenti. Ma siccome non lo sono... Vengo attaccato da un loro consulente, Giuseppe D’Orta, promotore finanziario, che in realtà è un concorrente, ha una società di trading. L’Aduc parte dal presupposto che non si possa diventare ricchi velocemente, non ammette che un operaio abbia avuto il coraggio di licenziarsi dalla fonderia dove lavorava a 1.100 euro al mese e sia diventato investitore di Borsa a tempo pieno grazie a me».
E quando tutti gli operai delle fonderie l’avranno seguita, le putrelle di questo edificio chi le farà?
«Non è un problema dei miei corsisti».
Se riesce a convertire anche i contadini, avrà qualche difficoltà a mangiare ancora il pane.
«Può essere».
Mi sa spiegare perché la fatica di un agricoltore mi sembra più nobile della sua?
«Perché lei viene da un’epoca in cui era abbastanza normale produrre con la forza fisica».
Davvero i soldi l’hanno resa felice?
«Allora... diciamo... come tutti a volte sono estremamente felice, altre volte meno».
Per vivere da ricchi quanti soldi servono?
«Almeno 1.000 euro al giorno».
Le uniche persone felici che io conosco vivono con poco, lo sa?
«Ok. Il problema è: sono veramente felici o sembrano felici?».
La prima che ha detto.
«Sono felice per loro. Ma per poter trascorrere molto tempo con i propri figli o per dedicarsi alle cose dello spirito serve molto denaro».
Se il metodo giusto per diventare ricchi senza fatica fosse il suo, come mai Agnelli avrebbe fatto le auto, Berlusconi prima case e poi televisioni, Ferrero la Nutella, Barilla la pasta, Riva l’acciaio?
«La mia è solo una delle vie. Nei corsi spiego proprio come hanno fatto fortuna gli Agnelli e i Berlusconi».
Non capisco perché vada in cerca di nuovi clienti. Ha un patrimonio di 15 milioni di euro. Li metta in titoli di Stato: le garantiscono 50.000 euro netti al mese di interessi. Non le bastano?
«E poi che cosa faccio? Il mio divertimento è tenere corsi. Lei starebbe un anno senza scrivere, se potesse permetterselo?».
Perché no?
«Mio zio Rodolfo Pagnini, che era caporedattore dell’Unità, è andato in pensione ma non c’è riuscito».
Stefano Lorenzetto
(379. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it