«Va a caccia di fama, non dei reati»

RomaÈ un leghista siciliano («Ringraziando Iddio»), anche se trapiantato a Torino, quello che siede al Csm. Dopo essersi fatto conoscere come avvocato di Umberto Bossi e come forse l’unico parlamentare pronto a dimettersi per non fare lo «schiacciabottoni», Matteo Brigandì firma la sua prima iniziativa da laico del Csm. In posizione d’attacco.
Che cos’è, per lei, questo «metodo Woodcock», che rovina la reputazione della magistratura?
«Quello che usano certi pubblici ministeri per finire sui giornali o andare in televisione e non per fare giustizia».
E come procedono?
«Iniziano azioni normalmente infondate, scegliendosi indagati vip, violando la competenza territoriale e il segreto istruttorio. Quando colpiscono certi giornali, guarda caso, sono sempre da un certo lato politico e danno il via a perquisizioni e sequestri clamorosi com’è successo al Giornale nei giorni scorsi. Poi, finisce tutto nel nulla, ma l’intimidazione resta».
Le sembra molto diffuso questo metodo?
«Non molto diffuso, però fa molto rumore. Io stimo la maggior parte dei magistrati, tutte persone per bene, che lavorano con onestà intellettuale. Ma una minoranza si vuole mettere in mostra ed è quella di cui si parla tanto. Vede, se si conosce un magistrato c’è qualcosa che non funziona. Perché i magistrati devono parlare solo per sentenze, ordinanze e decreti».
Ma questi Woodcock a che cosa puntano?
«Godono a farsi conoscere, vogliono diventare famosi e far carriera».
Agiscono per protagonismo, non per fini politici?
«A me interessa che questo comportamento dia disdoro alla magistratura, non voglio dire che ci siano altri obiettivi. Certo nel caso, non voglio parlare di Berlusconi ma di Bossi perché ho seguito le sue cause, il sospetto di complotti politici viene, visto che è stato condannato tre volte e assolto ben 199. Chi può negare, allora, la persecuzione giudiziaria?».
Quando Berlusconi ha parlato di un’inchiesta parlamentare sull’uso politico dell’azione giudiziaria si è detto che il Parlamento non può violare la separazione dei poteri e che solo il Csm poteva occuparsi, dall’interno, di questi problemi. La sua pratica è per caso un tentativo in questo senso?
«No, è una cosa diversa. Io parlo di carriera, non di politica. Chiedo che il Csm verifichi quanto danno fanno alla magistratura magistrati come Woodcock. Perché sulle prime pagine dei giornali ho visto tanti titoli, come quello del Riformista, che davano per scontata l’esistenza di un metodo del genere. Che cosa provoca questo in chi legge? Che fiducia possono avere i cittadini nella giustizia? Perché la giustizia dev’essere come la moglie di Cesare».
Allora, la sua è più una reazione alla pratica a tutela di De Pasquale.
«È, piuttosto, una conseguenza. Se si sostiene che Berlusconi offusca il prestigio della magistratura criticando un pm per quello che fa, io voglio sapere quanto pesa allora su questo prestigio usare un metodo come quello di Woodcock».
Solo che la pratica per De Pasquale è stata firmata da tutti i togati e un laico, mentre lei è solo. Chi pensa che l’appoggerà?
«Credo che i 5 laici di centrodestra siano sulla mia posizione e anche tra i togati c’è chi è stanco di certe cose».
Adesso, bisogna vedere se il Comitato di presidenza darà il primo ok.
«Credo che alla prima commissione la pratica arriverà. Ma bisognerà vedere se da lì passerà al plenum...»
E se la bocciano?
«Sarebbe come dare una picconata. Come dire che la magistratura può essere delegittimata da un esterno e non da un interno, un “collega”, come sento dire a Palazzo de’ Marescialli. Mentre una volta al Csm un togato dovrebbe parlare solo di “ex-colleghi”. Ecco, se la mia pratica viene bloccata sarebbe la prova provata che l’organo di autogoverno, che dovrebbe garantire l’indipendenza, non lo fa. E allora sì che ci vorrebbe la commissione invocata da Berlusconi».