Va in crisi il disegno di Osama

Al Qaida può vincere la guerra con l'Occidente? La risposta, per una volta, è rassicurante: no. La storia dimostra che il terrorismo, da solo, non riesce mai a sovvertire un governo costituito, con due sole eccezioni: quando gli attentati provocano l'intervento di altri Stati (vedi quello di Sarajevo, scintilla della prima Guerra mondiale) o quando l'esplosione delle bombe costituisce il pretesto per far scattare un'insurrezione popolare. Ma dopo la caduta del regime talebano in Afghanistan, nessun Paese sostiene apertamente Osama. Ed è ovvio che oggi in Occidente manchino i presupposti per una rivoluzione islamica.
E allora quali obiettivi persegue Bin Laden quando dà ordine ai suoi seguaci di compiere attentati? Fondamentalmente due.
Il primo: alimentare il sentimento di vendetta e di rancore nei confronti dell'Occidente. In un'epoca in cui i popoli arabi sono accomunati da un forte sentimento di frustrazione e di inferiorità, ogni bomba esplosa a New York, Londra e Madrid appaga gli istinti più bassi di rivincita dei musulmani e rafforza l'immagine di Osama, nei panni del vendicatore islamico capace di tener sotto scacco la superpotenza americana e i ricchi europei.
Il secondo: mettere sotto pressione i regimi musulmani. Si sa che Al Qaida sogna di «riconquistare» innanzitutto l'Arabia Saudita, la terra sacra che ospita la Mecca, e via via tutti i Paesi islamici. Ogni attentato accentua le paure dei governi di Riad, Amman e Doha: se Al Qaida è così potente da seminare morte nelle capitali occidentali, nessuno può sentirsi al sicuro nel mondo arabo.
E qui veniamo a un punto cruciale. In questi anni Bin Laden è stato descritto come un fanatico assetato di sangue, come un pazzo visionario. Che sia spietato è indubbio, ma folle proprio non è. Al contrario: ha dimostrato, con agghiacciante cinismo, di essere uno stratega avveduto e lungimirante. E in quanto tale consapevole che lo strumento più efficace a sua disposizione è quello psicologico. Il successo di un attentato non si misura solo in vite umane e danni materiali, ma anche, verrebbe da dire soprattutto, in termini di audience. Tanto più il clamore è alto e lo choc intenso, tanto più Al Qaida trova gratificazione. Nella scala di questo sconvolgente marketing delle emozioni, il crollo delle Torri Gemelle rappresentò, per Osama, il momento culminante, seguito dalle stragi di Bali e di Madrid. Ma l’attentato di Londra dove si colloca? Qui il discorso si fa più articolato. La capitale britannica è stata colpita oltre che per le ragioni consuete - ovvero punire uno degli alleati più fedeli degli Usa e che ha partecipato alla guerra in Irak - anche perché simbolo dell’integrazione multiculturale nel Vecchio Continente. Londra è britannica, naturalmente, ma anche indiana, araba, russa, africana, cinese, americana. E italiana, francese, polacca. Prega nelle chiese cristiane, nelle sinagoghe, nelle moschee, nei templi buddisti. E a tutti concede l’opportunità di costruirsi una nuova vita, di migliorare le proprie condizioni sociali. Così, negli ultimi trent’anni è riuscita ad assorbire le tensioni razziali trasformandole in un’opportunità.
La capitale inglese è diventata un modello di convivenza. E pertanto un bersaglio. Andava non soltanto punita, ma incrinata in quello che è il suo punto di forza. Con gli attentati di giovedì Bin Laden sperava di provocare il sospetto, l’intolleranza, possibilmente l’odio nei confronti della comunità islamica. La pacifica Londra doveva trasformarsi nella razzista Londra.
Certo, è troppo presto per valutare l’impatto dell’attentato sull’indole della società. Gli effetti più profondi e duraturi sono quelli che si manifestano a distanza di mesi. Ma la città ha dimostrato nel fine settimana, e ancor di più lunedì alla riapertura degli uffici e del metrò, di non voler rinunciare alla normalità, a quei valori britannici che Blair, sapientemente, continua a evocare alternando richiami alla fermezza e inviti al dialogo. Con una novità importante. Il premier sa di non essere solo. Quante volte, dopo l’11 settembre, abbiamo rimproverato gli imam europei di non aver il coraggio di condannare il terrorismo? Domenica, i leader delle cinque maggiori organizzazioni islamiche quel coraggio lo hanno trovato. Quando lo sceicco Zaki Badawi, presidente del Consiglio britannico delle moschee e degli Imam, biasima pubblicamente «gli atti diabolici dei terroristi», dichiarando a chiare lettere «che non possono essere in alcun modo giustificati», lancia un segnale forte, inequivocabile al mondo occidentale, ma anche a quello islamico. Dimostra che la società liberista e anglosassone, tanto disprezzata da Osama, piace alla maggioranza schiacciante dei musulmani di Londra. Invita i fedeli a isolare quei fanatici, con passaporto britannico, tra i quali militavano i quattro kamikaze che hanno compiuto gli attentati di giovedì. Badawi rafforza Blair e la Gran Bretagna. Premia i media, che si sono rifiutati di trasmettere le immagini più choccanti della strage, e l’opinione pubblica, che ha saputo controllare gli impulsi polemici e si è stretta attorno al governo. Una Londra addolorata, ma composta. Non era questo il finale sperato da Osama.
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