Va in pensione la Finanziaria nata per spartire soldi col Pci

Dal furto di Amato con il prelievo sui conti correnti, alle tattiche di
ostruzionismo politico: trent’anni di assalti alla diligenza

Era dalle dieci del mattino che passeggiavano furiosi al quarto piano di Montecitorio. Un ammiraglio e un generale, con tanto di stellette e uno sguardo di tempesta contro quei giovanotti in blu, con la ventiquattrore a portata di mano e l’aria rapace. I due stavano lì per spezzare le reni ai signori delle lobby, questa sorta di pirati, pellerossa, cavallette, stupratori di finanze pubbliche che stavano lì a saccheggiare ciò che restava di quella finanziaria di lacrime e sangue. Quel giorno, in particolare, c’era in ballo il futuro delle forze armate. Tagli drastici e lo scontro finì male. Dopo nove ore i militari lasciarono sul terreno 300 miliardi, buona parte del bottino se lo presero i partiti che spuntarono 100 miliardi per i loro quotidiani. I due se ne andarono imprecando come il visconte di Cambronne dopo la battaglia di Waterloo: merde. Era solo il 1992. Anno nero e nefasto. Giuliano Amato era sbucato da Tangentopoli come un extraterrestre. L’Italia stava un passo oltre la bancarotta. Ciampi, ancora in Bankitalia, difendeva la lira sul Piave, ma sprofondò sotto quota mille. Non c’erano più soldi. L’11 luglio il dottor Sottile aveva organizzato un raid notturno sui conti correnti bancari degli italiani, un prelievo forzoso del 6 per mille. Non diede neppure il tempo alle vittime di scappare. Decreto retroattivo, disse e firmò. Bisogna salvare i conti dello Stato. Qualcuno fece ricorso, ma la Corte Costituzionale rispose con un «il furto? Regolare». L’anno si chiuse con una Finanziaria da quasi cento miliardi di lire: blocco dei pensionamenti, minimum tax, patrimoniale sulle imprese, ticket sanitari, tassa sul medico di famiglia, Ici, blocco delle assunzioni nel pubblico impiego. Lacrime e sangue, appunto. Amato promise che si sarebbe ritirato a vita privata. Non lo fece.
La legge finanziaria racconta più di trent’anni di storia italiana. È uno specchio. Questa, anno di grazia 2009, dovrebbe essere l’ultima. Basta con la legge omnibus, dove trovi di tutto e di più, con l’assalto alla diligenza, con i maxiemendamenti e i mille commi. La vecchia Finanziaria va in pensione. Al suo posto c’è la legge di stabilità. Ed ha un vantaggio. È prendere o lasciare. Come racconta Tremonti: «Quella che in Europa chiamano budget non è una legge ordinaria. Non lo è da nessuna parte. La simbologia più forte è quella britannica, quando il Cancelliere dello Scacchiere si presenta a Westminster con la valigetta rossa chiusa le alternative sono solo due: sì o no». Niente ricatti. È stato sempre questo il problema. La Finanziaria era un film western, come Ombre rosse. E qualche volta un horror, con tutti che si sbranano per qualche brandello di carne che non c’è più. È il ricordo di quelle maratone parlamentari dall’autunno fino a Natale, anche di notte. E quella legge di bilancio che assomigliava, come diceva Rino Formica, a un informe colabrodo, zeppo di qualsiasi richiesta, pretesa, minaccia, favore campanilistico, di partito, di corrente, corporativo, di lobby, di gruppo d’affari. Tutti lì a scavare nel fondo del barile o a sperperare, negli anni d’oro, quelli lontani. La Finanziaria è rigore e clientele. È anni da incoscienti cicale o da formiche con i denti aguzzi. Sulla Finanziaria cadono i governi e si rompono antiche amicizie.
Era il 1978 e da allora ce la troviamo tra i piedi. Nacque, ufficialmente, per monitorare entrate e uscite, di fatto servì al Pci per mettere le mani su qualche fetta di torta. È il colore dei soldi del compromesso storico. Quell’anno Berlinguer entra nella maggioranza e concede l’appoggio esterno al governo Andreotti. Quella legge era una sorta di contropartita cash: un bancomat. Della serie: aggiungi un posto a tavola. Si lamentava Beniamino Andreatta: «Non sapete quanto ci è costato il Pci. Per riuscire ad approvare la Finanziaria ogni anno dovevamo spendere tra i 1000 e i 1500 miliardi per compiacere Botteghe Oscure». Spadolini parlava di «patologia inestirpabile». Guido Carli la fotografava così: «È il terreno più propizio alle bravate dei politici spendaccioni a caccia di popolarità». Francesco Forte, ministro delle Finanze del Fanfani V, la ricorda così: «Gli emendamenti che piovevano a migliaia venivano spesso presentati dalla Dc e dal Psi per conto dei comunisti. L’assalto alla diligenza avveniva con il rinvio delle spese ai decreti collegati e agli ordinamenti, detti salsicciotto. Vi entrava di tutto».
La Finanziaria va approvata entro l’anno. E per farlo il governo, ogni governo, è stato costretto a subire ricatti e ostruzioni. Con i ministri economici che lasciano da parte un po’ di argent de poche per accontentare i ragazzini litigiosi.
Litigi. Come quello che passò alla storia come la «disputa delle due comari». Il 5 novembre del 1982 Rino Formica, socialista e ministro delle Finanze, critica aspramente il suo collega democristiano Andreatta. E il ministro del Tesoro risponde: «Rino? È un commercialista di Bari esperto di fallimenti e bancarotta». Formica replica: «Andreatta? Una comare». Governi bruciati, come quello di Berlusconi nel ’94. Il Cavaliere era a Mosca e i sindacati scatenarono le piazze: «Né uno né dieci scioperi generali possono cambiare la Finanziaria. I giornali parlano di tre milioni di manifestanti? Significa allora che venti milioni se ne sono stati a casa». Ma alla fine anche Berlusconi fu costretto alla resa, via ribaltone. È l’Italia di Prodi, che con la Finanziaria impone agli italiani l’eurotax. Ed è ancora lui che nel 2007 presenta una legge di un solo articolo e 1364 commi. Un pasticciaccio che era lo specchio di una coalizione color arlecchino. È Roberto Calderoli in fuga dai lobbisti: «C’è una categoria che ha minacciato di ammazzarmi entro sera, un’altra mi ha ricordato la fine di qualcuno caduto dall’aereo». Ora si cambia. La diligenza verrà blindata. Nel 2010 Tremonti dirà al Parlamento: «Questo è il budget, prendere o lasciare».