Va in scena il processo dei curiosi in fila con i ticket come al cinema

Centinaia di persone attendono ore al freddo prima di entrare nel palazzo di giustizia per assistere all’udienza. E per giustificare la loro curiosità, danno la colpa alla tv

Per non dimenticare, per non smarrire il senso dell’avvenimento: si chiamava Samuele, aveva tre anni, fu trovato morto ammazzato nella sua casa di montagna, dove tutto gli richiamava le fiabe di Heidi. Uno scempio inenarrabile, con un sospetto ancora peggiore: sulla mamma.
Certe volte, in certi particolari momenti, diventa utile e salutare un rapidissimo riavvolgimento del film, fino al punto di partenza. In questa storia di Cogne appare urgente e doveroso, perché ormai è chiaro che la cornice, il seguito, i clamori hanno ampiamente sovrastato il fatto fondamentale, sino a relegarlo sullo sfondo, dietro le quinte, zona sottoscala.
Le ultime da Torino sembrano arrivare dai confini della realtà: sei di mattina, code sul marciapiede per prendere il posto. Come ai botteghini di Vasco Rossi e Claudio Baglioni, o nelle prevendite di Juve-Milan. Con una differenza: in fila sul marciapiede del superprocesso non ci sono ragazzotti un po' cinici e un po' esaltati che adorano le situazioni pulp, come agli adulti di altri tempi e di altre generazioni piace sempre pensare. Stavolta, in eccitante attesa fuori dall'aula di giustizia, ci sono proprio loro, gli attempati signori di una volta: pensionati in paletot e casalinghe con pelliccetta di volpe attorno al collo.
Lo spettacolo richiama immediatamente le foto in bianco e nero degli anni addietro, quando l'Italia ancora priva di talk-show comunque si appassionava ai grandi gialli nazionali, divorando i settimanali popolari e assediando di persona la sfilata degli imputati. A Torino, la modernità consente un deciso passo in avanti: perché non si trascenda in gomitate e tafferugli, l'alto senso dei diritti acquisiti e dell'organizzazione porta ad allestire sul posto la distribuzione dei biglietti col numerino. Come dal panettiere, come all'ufficio postale. Come nessuno avrebbe mai potuto immaginare.
Udienza dopo udienza, nell’esplosivo vortice di curiosità, il processo d'appello si sta così trasformando in un imbarazzante happening, dove si fa troppa fatica a distinguere tra realtà - la terrificante realtà di un delitto tanto efferato - e contorno, coreografia, folklore, sdrucita mondanità. La domanda d'obbligo, peraltro abbastanza fiacca e scontata, è di nuovo la domanda suprema e smarrita che segna da cima a fondo i nostri tempi: riusciamo ancora a cogliere la sostanza di un avvenimento? Soprattutto: riusciamo ancora a cogliere la pesantezza insostenibile di una morte simile? O anche Samuele ormai è una vittima di routine, che fatichiamo a distinguere da quelle dei telefilm di mezza sera?
Pare, sembra, dicono, che ancora una volta l'origine di questo psicodramma fuori controllo vada ricercata nell'eccesso di «esposizione mediatica». Se n'è parlato troppo, la storia è finita troppe volte in televisione. E come no: ti pareva che la colpa non fosse della televisione. Ormai la televisione ci viene buona per coprire qualunque nefandezza. I nostri vuoti di spirito, i nostri black-out di cervello, i nostri deficit di sensibilità: tutta colpa della televisione. Brutta, sporca e cattiva. Come se qualche Pol Pot ci imponesse, pistola alla tempia, di subire plagi e indottrinamenti. Però, le coincidenze: chissà perché i dati di ascolto, cioè la popolazione liberamente davanti allo schermo, dicono chiaramente che vogliamo proprio quello. Che amiamo soprattutto quello. E che la televisione, in via automatica, si adegua a noi. Ribattere che noi dobbiamo adeguarci alla televisione, non ci rende molto migliori: diciamolo, è pure peggio.
Nessuno s'impressioni, allora: questi siamo noi. Avanti così, sempre più accalcati e invasati davanti al processo multicolore. L'importante è esserci, fiutare, sbirciare. In attesa delle prossime evoluzioni organizzative - un'idea: cominciamo a farli pagare, questi biglietti d'ingresso -, s'impone però il sommesso riepilogo. La pausa di silenzio e di rispetto. Anche se a qualcuno ormai sfugge, i giudici stanno cercando il colpevole per la morte atroce di un bambino: aveva tre anni, fu trovato morto ammazzato nella sua casa di montagna, dove tutto gli richiamava le fiabe di Heidi. Concediamolo, al povero Samuele. Perché nel caos incontrollabile di questa storia, si nota ormai una terribile assenza: quella virtù muta e dolorosa che gli antichi, semplicemente, chiamavano pietà.