Va in scena la truffa-show: tre arresti a San Giovanni

Due fratelli e un nipote emuli di «Totò truffa»: raggiravano le vittime mettendo in piedi una pièce da teatro

Massimo Malpica

La scena si svolge a Roma, in quartieri eleganti, come il centro storico, Parioli o Prati. La «compagnia», tutta in famiglia, recita a soggetto, e il canovaccio è sempre lo stesso: uno fa l’immigrato in cerca di liquidità, l’altro fa il farmacista dal cuore d’oro, il terzo si finge gioielliere con uno spiccato senso degli affari.
I protagonisti stavolta non sono Antonio Peluffo e il suo complice Camillo, anche se qualche somiglianza tra il duo di ex attori prestati al raggiro portati sullo schermo da Totò e Nino Taranto e i tre «teatranti» palermitani senza dubbio c’è. Così come c’è qualcosa che accomuna il malcapitato italoamericano Decio Cavallo, aspirante acquirente della Fontana di Trevi, con gli almeno quaranta romani coinvolti nelle «recite» (e quindi truffati) messe in scena negli ultimi due anni dai componenti della famiglia siciliana. Convinti di chiudere un business fruttuoso e imprevisto col sedicente immigrato intenzionato a disfarsi a poco prezzo dei «gioielli di famiglia», sedicenti anch’essi, e invece alleggeriti di una discreta quantità di euro.
A differenza di «Toto Truffa ’62», però, non è arrivata alcuna eredità a salvare gli imbroglioni dal bisogno di proseguire nell’attività, e a evitar loro l’arresto. Così gli emuli del grande comico napoletano, attivi come dicevamo a Roma dal 2003, sono finiti dietro le sbarre. Si tratta di due fratelli di cinquant’anni e di un loro nipote di 38, pizzicati dai carabinieri della stazione San Giovanni dopo lunghissime indagini, partite dopo aver incrociato una serie di denunce-fotocopia che raccontavano la solita storia. La «trama» delle repliche vedeva il più giovane dei tre avvicinare la vittima - di solito una donna non giovanissima - per chiederle una generica informazione. Qui entrava in scena il «farmacista», uno dei due fratelli, al quale il falso immigrato chiedeva se per caso conoscesse qualcuno interessato a comprare dei gioielli. Il sedicente farmacista, ovviamente, era «grande amico» di un gioielliere. Andava a chiamare il fratello che si fingeva orefice mentre lo pseudoimmigrato conquistava la simpatia della vittima e le mostrava i gioielli da vendere per sfamare la propria famiglia. Al suo arrivo il «gioielliere» era fulminato dal valore di collane e anelli, si impegnava subito a comprare, scomparendo per «andare a prendere i soldi in banca». Infine l’immigrato, preoccupato per il ritardo, si offriva a quel punto di vendere a una cifra ancora inferiore i gioielli al farmacista, pronto a cogliere l’affare. E a coinvolgere la vittima nel «business» per arrivare alla somma necessaria, facendo a metà per l’acquisto e sfilando alla fiduciosa truffata anche diverse migliaia di euro. Sulla scena, per il gran finale, restava solo lei, l’inconsapevole signora «attrice per caso», che aspettava invano il ritorno di farmacista e straniero andati «lì vicino» a fare delle fotocopie dei documenti per garanzia. E scomparsi, con i soldi e i falsi gioielli, prima ancora che fosse calato il sipario sull’ingegnosa truffa.
I carabinieri, che hanno fatto scattare le manette in flagranza a due dei tre furfanti e hanno beccato il terzo in seguito alle indagini, hanno ricostruito almeno quaranta «colpi» messi a segno, e temono possano essercene stati anche di più. Tutti conclusi «brillantemente» grazie a capacità dialettiche definite dagli stessi raggirati «vicine all’ipnosi»: un vero talento di famiglia, male impiegato.