Vacanze da leggere in punta di penna

Visalli, De Cataldo, Cavalli, Sarcina e Stasi: novità editoriali che non meritano l’«oblio estivo»

Di libri se ne stampano a valanghe e bisogna selezionarli su due piedi; poi la valanga passa e solo di rado si ha la possibilità di gettare uno sguardo a valle, dettato dallo scrupolo o dal senso di colpa. E se qualcosa di notevole fosse sfuggito? E se quella copertina dimessa, quel volume di editore minore e autore sconosciuto, ma anche quel romanzo reso antipatico dalla sfacciata pubblicità, meritasse più di quanto lì per lì non ritenemmo giusto attribuirgli? È dura la vita del recensore: assomiglia a quella di uno strapazzato Don Giovanni, il letto troppo piccolo e i polpastrelli intorpiditi dal lungo sfiorare. Oggi abbiamo scelto di soffermarci su cinque libri usciti negli ultimi mesi che possano essere letti in un giorno o due sotto non agostani ombrelloni, magari durante i primi week-end al mare.
Cominciamo con un racconto nero come l’inchiostro di Romano Visalli, Vuoti a perdere (Robin BdV, pagg. 114, euro 10). Autunno del 1898: fingendo di essere funzionari del ministero dell’Istruzione due carabinieri, basettoni cilindro e tenebrosa marsina, arrestano il professor Cardella. L’uomo, tornato da poco da un viaggio in Nuova Guinea, è figlio del truce Edoardo Cardella, senatore del Regno e braccio politico di un gruppo di alienisti facenti capo a Cesare Lombroso. Diventato dirigente del locale manicomio grazie all’appoggio del padre, il neodirettore, vincendo lo scetticismo generale, ha convinto medici ed infermieri a dare il via libera ad un suo metodo innovativo, una terapia in quattro punti: individuazione dei casi, visita medica, colloqui, e infine allontanamento. Ciò in vista di un solo obiettivo, la «disinfezione dell’anima». Stranamente, il professore decide di sottoporre alla nuova terapia, in qualità di cavie, due ragazzi scelti tra i più aggressivi e insofferenti, stabilendo «che la migliore destinazione per quei ragazzi erano due famiglie borghesi di San Remo, dove da anni trascorreva le vacanze natalizie». Al treno, però, preferisce accompagnarli da solo. Forse perché ciò che sta per succedere, è meglio non leggerlo subito dopo aver mangiato?
Giancarlo De Cataldo, l’autore di Romanzo criminale, ha pubblicato qualche mese fa un romanzo breve nella neonata collana «Assolo» delle edizioni e/o: Il padre e lo straniero (pagg. 143, euro 8,50). È la storia di un grigio impiegato ministeriale, Diego, la cui vita è travolta dall’amicizia con il misterioso Walid, arabo ricco e colto incontrato nelle sale d’attesa di un centro per bambini disabili: entrambi gli uomini, infatti, hanno un figlio con gravi menomazioni psichiche. Walid trascinerà Diego nel demi monde che frequenta i bagni turchi e i locali notturni per poi d’improvviso scomparire, lasciando l’amico nei guai. Sono, queste di De Cataldo, pagine molto belle; l’accattivante struttura del giallo è un’occasione per dare spazio alle meditazioni del protagonista su due temi eterni ed attuali: il contatto tra civiltà diverse, l’araba e la cristiana, e il senso di smarrimento di fronte ai due sfortunati bambini; quest’ultimo argomento in particolare è affrontato con coraggio, senza mire consolatorie ed anzi mettendo il dito sulla piaga.
Cambiamo decisamente argomento, come ripetono ogni santo giorno i mezzibusto dei telegiornali: con Quattro errori di Dio (Aragno, pagg. 139, euro 13), finalista al premio Campiello, la sbrigliata fantasia dello scrittore e giornalista Ennio Cavalli si materializza nelle forme tipiche dell’umorismo ebraico. L’inizio è folgorante, il resto un po’ di meno. Londra, 1990: tra le antiche pareti del Travellers’ Club, odorose di cuoio e boiserie, i soci presenti pendono dalle labbra del leggendario viaggiatore Sir Malcolm Barry. L’uomo racconta delle maledizioni inviate al cielo dal pastore che quarant’anni prima, sull’altipiano di Qumran presso il Mar Morto, scoprì in una grotta non l’oro sperato, bensì gli antichi manoscritti degli esseni. Uno di quei rotoli scottava troppo, per lasciarlo alle cure dei paleologi. Per meglio delibarne il contenuto, trasferiamoci nella parte più recondita della sala da biliardo del club, detta l’Antro delle Disgrazie. Il contenuto, mai diffuso, del rotolo in questione è alquanto imbarazzante: pare che Dio, quando all’inizio dei tempi prendeva le sue decisioni, non lo facesse con sufficiente lungimiranza.
Per esempio, sapete perché si estinsero i dinosauri?
È stata una piacevole sorpresa sfogliare Immagina. Le storie della family (Bompiani, pagg. 113, euro 9,90) di Francesco Sarcina, il cantante di Le Vibrazioni, e rimanere ammaliati dal suo candore surreale. Storie brevissime, appunti per canzoni, tracce contenenti tutte uno scarto curioso, un oplà improvviso su un fondo di gradevolissima semplicità che sembra provenire da Rodari o da Calvino. Soffici enigmi senza angoli fastidiosi, drammi minimali che non stanno in piedi e dunque fanno le capriole, giocosi e rasserenanti. Sarebbe bastato gigioneggiare un po’ di meno, per esempio limitando le battute in romanesco e i passaggi villani, perché Immagina diventasse un piccolo caso letterario.
Ad un diverso genere di fiabesco appartiene invece L’ospite e l’Arlecchina (Ibiskos, pagg. 185, euro 15) di Annio Gioacchino Stasi. L’opera è il precipitato di un progetto ambizioso che vede l’interazione di scrittura, immagini (della pittrice Mery Tortolini) e ricordi neonatali. Il risultato, più che il «romanzo» dichiarato in copertina, è una serie di suggestivi quadri verbali, di monologhi in sé compiuti utilissimi per sfuggire alla prosaicità della vita quotidiana ed entrare en artiste in un mondo di simboli forse junghiani, forse new age. È, questo, libro da non leggere tutto d’un fiato, ma da centellinare: magari la sera al ritorno dalla spiaggia, come una preghiera o una formula magica per zittire il ronzio che affligge le nostre città; sì, purtroppo anche le balneari.