Vacchi e Serra, cerimonia colta ma l’opera è un’altra cosa

L’Accademia Musicale Chigiana è una realtà splendida; Michele Serra è il saggio e pungente giornalista che sapete; Fabio Vacchi un autore di geniali combinazioni ritmiche e sonore e di tormento interiore, capace di amministrare benissimo le due cose. Tutti insieme hanno presentato un'opera d'accorta attualità: una famiglia straniata dalla televisione in cui il figlio hooligan resta ucciso allo stadio. Serra lascia scorrere ironie e riflessioni morali, Vacchi erige una muraglia d'orchestra plurilinguistica dietro a cui aizza il canto in uno zigzag enfatico di intervalli. Il teatro, però, è una brutta bestia: non ci son titoli o intenzioni che bastino. E la bravura di Formaggia, Tiddia e Loconsolo e dell'intensa Gabriella Sborgi, le esasperate gag della regìa di Krief, il fracasso solfeggiato della direttrice Gibault sembrano più l'esibizione d'una cerimonia estiva colta che non un'opera con la sua specifica nuda verità.