Vacilla lo stalinismo coreano: il regime ora inventa le tasse

L’ultimo monolito comunista apre al capitalismo e vara imposte per chi vuole sfruttare il suolo pubblico

Alberto Pasolini Zanelli

Se è vero, si è aperta proprio la prima breccia dell’ultimo monolite comunista. La Corea del Nord, pietrificata nelle strutture politiche come nelle centinaia di statue del suo fondatore Kim Il-Sung, si era rifiutata finora di seguire l’esempio dei due potenti Paesi confinanti, leader storici nel mondo comunista, la Cina e la Russia. Non solo era ed è impensabile a Pyongyang una democratizzazione in stile moscovita: è sempre stata improponibile anche una riforma economica modello Pechino. Adesso forse il regime, guidato ora dal figlio Kim Jong-Il, ha compiuto il primo passo verso un assai relativo disgelo. Non ci sono annunci ufficiali ma fonti diplomatiche bene informate hanno ispirato uno scoop all’agenzia di stampa giapponese Kyodo: la Corea del Nord ha inventato le tasse. Inventate perché in una società comunista integrale, e in cui tutto appartiene allo Stato, è semplicemente illogico che lo Stato dia con una mano e tolga con l’altra: le fonti di reddito vengono dalle esportazioni e, quando va, dagli utili della gestione delle risorse nazionali.
Questo non riguarda soltanto i salari ma, e forse ancor di più, i redditi da «proprietà», che in un Paese come la Corea del Nord sono prevalentemente agricoli. Ma il regime sembra avere scavalcato la contraddizione imponendo una tassa sulla terra senza riconoscere la proprietà privata della terra. La formula escogitata si chiama «tassa di utilizzazione del suolo pubblico». Che rimane dunque dello Stato, che viene dato in una specie di appalto ai contadini che debbono allo Stato una parte del raccolto o di altre forme di reddito.
È abbastanza per parlare di «liberalizzazione»? In senso pratico no, ma può significare il cauto indebolimento, se non caduta, di un tabù. Tassare un qualunque reddito individuale significa riconoscerlo e intaccare così il dogma della proprietà collettiva dei mezzi di produzione. I motivi dell’esperimento sono molto probabilmente legati alla necessità di mobilitare al massimo le energie produttive di un Paese che una prolungata crisi economica di sistema ha ridotto ormai a ruolo di uno dei mendichi del mondo. Sono stati anni di fame nella Corea del Nord, nel senso proprio del termine, con carestia e vittime, dissanguamento anche demografico. In buona parte la popolazione nordcoreana è sopravvissuta grazie agli aiuti della Corea del Sud, formalmente umanitari ma in realtà avanguardia di un processo politico di graduale riavvicinamento fra le due metà di un Paese spaccato dalla più durevole fra tutte le guerre fredde del Ventesimo secolo. Cautamente si pensa (anche se si evita la parola) a una riunificazione, che però non dovrebbe avvenire «alla tedesca», proprio perché l’esempio della Germania ammonisce i governanti di Seul a non caricarsi improvvisamente del peso di una società in fallimento. Gli accordi sono dunque o simbolici o visibili nel campo della politica estera: il progetto di riarmo nucleare ha messo i nordcoreani in cima alla lista, assieme all’Iran e, fino alla guerra, all’Irak dei membri dell’Asse del Male. Una sfida cui Pyongyang risponde mescolando un’accelerazione del programma di riarmo alla trattativa, al fine dichiarato di ottenere uno scambio: rinuncia all’arma nucleare in cambio della rinuncia di Washington a un cambio di regime. In questo gioco si è inserita da tempo la Cina, al tempo stesso mediatrice, protettrice della Corea del Nord e sua paziente «educatrice» sulla via delle riforme. È pensabile che la decisione di introdurre la tassazione sull’utilizzazione del suolo pubblico costituisca una concessione alle pressioni di Pechino. Anche perché c’è una somiglianza fra questo passo e le misure prese in Cina per uscire dalla proprietà collettiva agricola delle Comuni di maoista memoria onde diminuire il divario fra la stagnazione nelle campagne e il tumultuoso sviluppo industriale.
Una precedente avvisaglia si era avuta con l’istituzione in alcune aree al confine sino-coreano di «zone speciali» modellate su quelle istituite da decenni dal governo cinese delle vicinanze di Hong Kong prima della restituzione alla Cina della colonia britannica. La «invenzione» delle tasse pare essere il passo numero due. Anche se come invenzione non è in sé gran che: un contadino che versa al «proprietario» una parte dei frutti della coltivazione è esistito in Occidente per secoli. Si chiamava mezzadro.