«Vado in piazza da italiano, non da cattolico»

L’ex portavoce del Family day: «Come credente, penso sia un dovere nei confronti non solo di Benedetto XVI ma anche del Paese»

Savino Pezzotta, ex portavoce del Family day, domenica lei sarà sotto le finestre di Benedetto XVI secondo l’invito del cardinale Ruini?
«Certo. Normalmente l’Angelus me lo sento a Bergamo alla tv o alla radio, ma domenica mi fermo a Roma e vado in piazza. Penso sia un dovere non solo come cattolico nei confronti del Santo Padre, ma verso il Paese. Quello che è successo alla Sapienza non è un’offesa solo a noi cattolici: per carità, sappiamo che ogni tanto ci capita e siamo anche attrezzati. Il problema è che stavolta è stata offesa l’Italia e la sensibilità religiosa di milioni di cittadini. Io vado a manifestare dal Papa da italiano. C’è un’Italia che vede con piacere la sua figura per le cose che dice, per la pace che predica e per quella tolleranza che viene espressa dal suo insegnamento e dal suo modo di essere».
Ma non è l’intollerante che vuole imbavagliare la scienza?
«Io ho sempre l’immagine chiara del Santo Padre nella moschea blu di Istanbul che prega con l’imam: per me è il massimo della possibilità di stare assieme nella diversità».
È d’accordo con Ruini anche quando ritiene tardiva la solidarietà al Papa?
«Chi ha responsabilità istituzionali doveva subito fare qualcosa in più. Si sono dimenticati che il Papa è vescovo di una città italiana? Che è il capo della più grande confessione religiosa mondiale? Ed è anche il capo di uno Stato che ha relazioni diplomatiche con l’Italia? Era un dovere intervenire proprio per la complessità della figura del Pontefice. Se veniva il Dalai Lama a parlare all’università, glielo avremmo impedito? O un imam? Sarei stato contrario a zittire anche Fidel Castro».
Quando è venuto il Dalai Lama in Italia, il Papa è stato criticato proprio per non averlo ricevuto...
«Se è per quello non l’ha ricevuto nemmeno il governo».
Chi doveva intervenire? Governo, presidenti delle Camere, partiti?
«Chiunque abbia responsabilità nelle istituzioni doveva dire: abbassate i toni, calmate le acque, garantite la libertà di parola soprattutto nelle università. Almeno dirlo».
Il Papa sembra difeso più da un laico come Giuliano Ferrara che da molti politici cattolici.
«I cattolici devono tornare in campo non tanto per la politica, questa vecchia malattia, ma per difendere le nostre ragioni: non per imporre le nostre posizioni ma per farle circolare. Sarebbe opportuno un grande incontro per discuterne. I cattolici avranno avuto tanti difetti, quando erano al potere avranno fatto tante cose sbagliate, ma una cosa gli va riconosciuta: aver costruito in questo Paese una democrazia laica per tutti».
Da organizzatore del Family Day, che ne pensa dei cinque milioni che Ferrara vuole portare in piazza contro l’aborto?
«Sull’aborto nessuno può darci lezioni perché non è da oggi che siamo impegnati. Sono d’accordo con Ferrara sulla moratoria, sono più prudente nel mettere mano alla 194: non vorrei aprire uno spazio per uno stravolgimento delle poche cose positive che ci sono dentro. Dobbiamo mobilitarci perché la legge sia applicata nella parte preventiva che promuove la vita dal momento in cui si forma, perché nessuno è padrone della vita».
Il clima che si è creato accelera la prospettiva di un nuovo partito cattolico?
«Non ho mai parlato di partiti cattolici, ho detto che questo bipolarismo forzuto degli uni contro gli altri va cambiato perché non consente la governabilità. Da questo punto di vista, se nascesse una forza di riformismo personalista a metà tra i due poli sarebbe un bene per il Paese. Ci vuole maggiore concorrenza anche nel sistema politico».