Val di Sella, il Louvre a cielo aperto dove la natura diventa opera d’arte

Cristiano Gatti

nostro inviato in Val di Sella (Trento)

Quattro passi in un Louvre a cielo aperto. Val di Sella, sopra Borgo Valsugana, un luogo di verdi magìe che induce a pensare lieve. È la zona di De Gasperi, che qui saliva cercando equilibrio, e che qui si è poi spento guardando orizzonti sereni. La natura, in questa valle, ha già creato di suo. Da vent'anni, gli uomini provano almeno a non sfigurare. Artisti di tutto il mondo si esprimono soltanto con i materiali della terra, del bosco, della montagna, come obbedendo a un richiamo ancestrale.
La grande galleria è aperta tutto l'anno ai visitatori. Due ore di cammino il percorso completo. In estate, per regolare l'afflusso dei turisti (seimila visitatori al mese), è previsto un biglietto d'ingresso. Tre euro, onestissimo. La biglietteria è nella Malga Costa, antico ricovero dei pastori, oggi casa madre dell'incredibile iniziativa. Un adesivo al bavero, come segno di riconoscimento, e il viaggio nell'armonia di ArteSella può cominciare. È agli antipodi di una Disneyland, ma ugualmente regala effetti speciali.
Nel centro di una grande radura, una cattedrale gotica: tre navate, ottanta metri di lunghezza, diciotto di larghezza, sedici di altezza. I colonnati sono semplicemente filari d'alberi. Nelle intenzioni dell'artista, Giuliano Mauri, servirà una ventina d'anni perché il protendersi delle piante verso il cielo perfezioni l'opera. Cinque sono già passati: ancora quindici e solo allora la Cattedrale vegetale, secondo la definizione dell'autore, potrà dirsi compiuta. Perché uomo e natura lavorano insieme, scambiandosi idee e manodopera.
Poco sotto, due cinghiali in paglia e fango, più veri di due cinghiali veri: capitasse un cacciatore in crisi d'astinenza, non esiterebbe a giustiziarli. Fortunatamente, ArteSella vive e sopravvive nel sacrale rispetto della natura, ecologica in un modo soave, senza scadere nell'integralismo hippy da figli dei fiori.
Ancora qualche passo: nel cuore del bosco, gran lavoro di operai. Gente che magari è rimasta senza occupazione in fabbrica, e che l'ente pubblico ha prestato a questo luogo perché aiuti gli artisti. Al momento stanno lavorando per costruire un grande teatro. È fatto ad arena, tutto di legno intrecciato. Ospiterà musica e poesia, rappresentazioni e monologhi: negli anni, sono saliti nomi prestigiosi, dal violoncellista Mario Brunello al cantore del Vajont, Marco Paolini, fino alla recente esibizione di Goran Bregovic (Jovanotti, una volta che ci è venuto, ha voluto subito la Cattedrale sulla copertina di un disco). Un bastone alla volta, gli operai eseguono il volere dell'artista Roberto Conte. Entro settembre il teatro sarà pronto. Deve essere pronto. Perché in quel mese cadono le celebrazioni di un particolare compleanno: il ventesimo di questa scommessa un po' folle e un po' romantica. Previsti momenti molto belli. Tutti quanti all'insegna del più incredulo «ma chi l'avrebbe detto...».
Di sicuro nessuno l'avrebbe detto nel 1986, quando uno strano trio del luogo - un architetto della Provincia, un venditore ambulante e una signora austriaca maritata con un borghesano - torna dal viaggio a Samarcanda con l'idea stravagante di riproporre nel cuore del Trentino un'atmosfera ugualmente incantata. Un po' sogno, un po' utopia, un po' visione. La signora austriaca invita gli amici artisti a casa sua, in Valle, e chiede in cambio dell'ospitalità un segno del loro soggiorno. È così che nasce ArteSella. Opere concepite con pietre, foglie, rami, tronchi.
Da quella volta, tante cose avvengono. All'inizio la gente sale per vedere un po' cosa combinano quei matti che trafficano nei boschi. Poi, il passaparola fa il resto. Così, qualche stagione dopo, si avverte l'esigenza di rendere più solida e duratura l'idea dei matti. È il momento dell'Associazione, che ancora oggi manda avanti l'avventura, finanziata con fondi pubblici e donazioni. Quindici volontari che si occupano di tutto, dal reclutamento degli artisti alla gestione della manodopera. La presidente è una maestra elementare, una di quelle valorose maestre italiane che si ostinano a credere nella cultura, nella bellezza, nel gusto, più che altro nelle cose alte della vita. Si chiama Laura Tomaselli. «Tanto tempo è passato - racconta - tanti ostacoli abbiamo superato. Ora le opere sono una quarantina. Ma il numero è sempre variabile, perché la natura, lentamente, le modifica e le divora, com'è giusto che sia. Allora ne inseriamo di nuove. Però facendo sempre attenzione a scegliere artisti di qualità, ma soprattutto a salvaguardare l'idea originaria, cioè un'arte che sappia di spirito e di amore per il creato...».
La interrompo: maestra, ma se le dico la parola cemento, lei come risponde? Sorride. Poi sussurra calma: «Non si può, non si deve». Aggiunge qualcosa sulla folla di visitatori che si fa sempre più pressante col passare degli anni: «Quassù arriva gente da ogni dove e di ogni estrazione. C'è chi semplicemente parte dicendo “vediamo cosa sono queste cavolate” e chi invece è un vero cultore. Però tutti sono i benvenuti, perché la natura non fa distinzioni e non erige barricate. Ciascuno coglie quello che la propria sensibilità suggerisce...».
Estate è acquafan e tirare mattina ballando sui tavolini, come no. Ma se avanza un pomeriggio, bisogna provare a spenderlo nella Val di Sella. In questo Louvre naturale non è esposta la Gioconda, ma c'è di che sentirsi più giocondi. Per dire quant'è magico il luogo. Ci salgono scolaresche d'ogni età, dalle scuole materne ai grupponi universitari: eppure, su nessuna delle opere esposte, nemmeno su quelle di legno invitante, si vede un solo cuoricino intagliato, né tanto meno i fondamentali graffiti del genere «Marta e Ugo, 25 aprile 1999». Inspiegabile a dirsi: è un vero miracolo italiano. Così, torno a fondovalle con una nuova convinzione: certi miracoli possono manifestarsi solo qui, dove la natura dà decisamente un po' alla testa.