«Vale 9”50 e 19”20 E può vincere anche i 400»

Sul tetto del mondo nei 200 metri c’era stato Pietro Mennea. Vinse l’oro a Mosca 1980, con la rimonta perdifiato sul gallese Alan Wells, dopo che l’anno prima stabilì il record di 19”79 alle Universiadi di Città del Messico, grazie all’altura. Primato resistito per 17 anni, sino al 19”32 di Michael Johnson ad Atlanta. «Bolt - racconta l’avvocato di Barletta, 56 anni - ha stabilito due record straordinari, che può abbassare ulteriormente. Ormai corre solo contro se stesso, per anni non avrà avversari, questi tempi può attaccarli solo lui. Deve porsi obiettivi ambiziosi e può centrarli: 19”20 sui 200 e 9”50 sui 100. Ha le potenzialità per grandi risultati anche nei 400».
L’allenatore di tutta la carriera di Mennea è stato il professor Carlo Vittori, che a 77 anni si è ritirato nella sua Ascoli Piceno. «Visto il primo - spiega -, mi aspettavo anche questo secondo primato. Questo signore poteva chiudere i 100 in 9”59, se non avesse rinunciato per gioire: aveva fatto 12 passi con le braccia alzate, raddrizzando il tronco in grande anticipo. Correndo seriamente i 200, ero convinto che avrebbe polverizzato il record di Johnson: nelle gambe ha un tempo intorno ai 19”20». Bolt è il velocista più alto della storia, con il suo metro e 96, non però un caso unico. «Bob Hayes, vincitore a Tokyo ’64, era uno e 89, sui 100 fece segnare il primo 10 netti elettronico, in una prima corsia bagnata dall’acqua. A Messico ’68 erano altissimi anche i due americani di colore sul podio con il pugno guantato: John Carlos (1 e 93) e Tommie Smith (uno e 94). Bolt ha questa andatura molto dinoccolata, facile: scivola sulla pista come una ruota, sembra una torre che va in discesa».
Questa è l’Olimpiade dei giamaicani. «Hanno un enzima particolare, la miocinasi, ancora molto attivo, che in pratica raddoppia la potenza erogata dal muscolo, è come una benzina a più alto numero di ottani. La storia parte da lontano, dall’esodo forzato dall’Africa verso le coste delle prime isole caraibiche, i proprietari inglesi, a Trinidad e in Giamaica, scelsero i neri più belli. Dagli incroci è nata questa razza da primato che, perfezionati i sistemi di allenamento, ha portato ai più grandi campioni del dopoguerra».