A Valentino che fugge ponti d’oro

Benny Casadei Lucchi

nostro inviato a Motegi

Seduto dietro c’è Kenny Roberts senior, colui che rivoluzionò il modo di piegare in curva, mandando in pensione Giacomo Agostini. Il marziano, lo chiamavano. Da una gara non ha più motori per il team, per cui se ne sta in sala stampa in veste di team manager in attesa di team. Due file più in là, Manuel Poggiali, campione del mondo 125 e 250, sfoglia con cura i comunicati su tempi e prove e chiede: «Qualcuno mi fa vedere il gol di Kakà su internet?».
Benvenuti nel motomondo, semplice, zingaro, reso grande, forse troppo grande, da Valentino Rossi. Il mondo che il Dottore vuole o vorrebbe lasciare, fatto di una naturale commistione fra sport, duelli, amori e flirt.
Valentino sa perfettamente che la sua sfida a quattro ruote significa anche e soprattutto abbandonare tutto questo; quel che forse non sa, o non sapeva, è che il mondo che vive impennato non lo rimpiangerà. «Ormai Rossi è troppo grande per tutti noi: business, soldi, interessi sono tali che rischiano di portarci al collasso perché le fondamenta restano quelle del piccolo mondo zingaro dell’impennata». Questo è il pensiero comune. E che l’eventuale day after valentiniano, anziché temuto sia quasi auspicato, lo conferma Carlo Pernat, l’uomo che scoprì Vale, ex gran capo Aprilia e ora manager di Capirossi. «Sapevo di aver trovato un campione, non pensavo di aver scoperto un fenomeno, il più grande di tutti i tempi, e Agostini non se ne abbia. Mai era accaduto che il più forte in pista fosse anche così bravo con i media, con gli sponsor, con il grande pubblico. Per questo dico che Valentino ha fatto tanto bene a questo sport, ma ora, involontariamente, gli sta facendo del male. Perché adesso non c’è sponsor che arrivi e che non chieda di lui, pronto ad andarsene se non lo ottiene: nessuno vuole investire su un pilota destinato, nella migliore delle ipotesi, ad arrivare secondo. Questo è il motivo per cui l’anno prossimo non ci sarà la munifica Telefonica: ha investito tanto su Gibernau, ma Rossi ha oscurato l’una e l’altro. Per capire quanto sia ingombrante il fenomeno Rossi, fateci caso: Valentino ha già destabilizzato la F1 e la Ferrari ancor prima di andarci. I piloti lo temono, ed è persino stato in grado di bacchettare il team più importante del mondo».
Dunque, il day after valentiniano non fa paura, anzi, qualcuno lo invoca. Nemmeno il gran capo del motomondiale, l’Ecclestone delle due ruote, lo spagnolo Carmelo Ezpeleta, ha dubbi: «La cosa non mi preoccupa. So perfettamente che prima o poi smetterà o cambierà sport. Ci mancherà, ma senza il suo dominio avremo campionati più aperti. Di certo, però, preferisco saperlo in F1 piuttosto che a casa, in pensione. Perché non conosco nessuno nella storia del motorismo al quale sia stato offerto di andare direttamente in F1 e per di più in un team come la Ferrari, senza passare attraverso altre categorie minori. Questo per noi è molto importante, perché dimostra la qualità e la difficoltà del nostro campionato, un campionato capace di sfornare un simile fuoriclasse».
Il day after non preoccupa neppure chi dovrebbe essere tremendamente preoccupato: Davide Brivio, il team manager di Valentino, l’uomo che l’ha portato alla Yamaha, ormai più di un capo, un amico, un complice. «Ovvio, a livello agonistico e sportivo vorrei che non ci lasciasse mai, anche se sarà inevitabile. Ma non ci sarà l’effetto Tomba che ha rovinato lo sci. Dopo Alberto l’interesse in tv calò drasticamente, qui non accadrà. Perché lo zoccolo duro degli appassionati è enorme e perché qui ci sono altri italiani in grado di vincere». Ma non di vincere così.