Valentino muto è la fine delle moto

E vasione fiscale e Visco e il fisco, e adesso chi ci aiuterà ad evadere due domeniche al mese, a sognare d’impennare nella vita di tutti i giorni? Dopo lo tsunami tributario che ha colpito l’unico vero grande campione chiamato a rappresentare tutti gli italiani nel mondo, evasori e no, qualcosa sembra davvero essersi rotto nei delicati meccanismi che da oltre un decennio regolano la forza, l’abilità, l’astuzia, la creatività, l’estro e l’ironia di Valentino Rossi. In sintesi: la sua capacità di fare sport e spettacolo all’unisono. E non è il settimo posto del Dottore a Brno a suonare come un allarme, non è la settima vittoria di quel giovane fuoriclasse di Stoner, non è il settimo sigillo della Ducati nazionale a due ruote o il mondiale sempre più in mano all’accoppiata austral-bolognese. È che Valentino non parla più; è che si è rotto le scatole.
Lungi dal voler trovare attenuanti per chi è finito nell’occhio del ciclone fiscale – anche se Rossi ha più volte ribadito che tutto si chiarirà e di essere davvero residente a Londra e di poterlo dimostrare – c’è invece il desiderio grande di difendere un patrimonio nazionale che nulla ha a che vedere con i tesori nascosti ma che era un tesoro visibile in mondovisione due volte al mese. Negli ultimi anni ci si è infatti via via attorcigliati in un crescendo di elogi all’indirizzo degli eroi del motomondiale che «non è la noiosa formula uno» – si diceva -, che non è «l’onnipresente calcio» – si notava -, perché è bello, emozionante, pieno d’imprevisti e spettacolo.
Non se ne abbiano gli amici della Ducati, davvero grandi nell’affrontare l’avventura iridata e nel cercare – con successo – di addormentare e mettere a nanna il campionato a suon di batoste; non se ne abbiano se la buttiamo lì con molta franchezza: oggi il motomondiale è un po’ la Ducati, un po’ Stoner, un po’ Capirossi e Melandri, ma è soprattutto Valentino. Perdente o vincente che sia. Basta però che parli e viva alla Valentino.
Sarà che a Brno, ex Cecoslovacchia sovietica e grigia, non vien mai voglia di ballare l’hula hula, ma proprio dieci anni fa, su quelle colline, Valentino, allora Rossifumi, festeggiava il primo titolo mondiale: classe 125, mica 500 o MotoGp. E si parlava solo di lui. Forse perché la 125 era importante? Ma per favore... Tutta Italia puntava gli occhi su quel ragazzino di 18 anni perché sapeva incantare in pista e fuori, con la sapiente regia delle scenette o l’irriverente ironia delle esternazioni. Dieci anni dopo, per la terza volta nel week end, il ragazzino diventato uomo si è affidato a una velina: non curviforme e dalla voce vellutata, bensì una velina vera, di carta. Poche righe per svelare solo una piccola parte del proprio pensiero. E come d’incanto, Valentino muto ha reso l’esatta misura di che cosa sarà un giorno il moto mondo senza il Dottore e le sue medicine magiche. Solo uno sport, anche bello, ma nulla di più.