Valentino a Parigi. Il penultimo atto della lady perfetta

tubini, abiti da cocktail e veli: va in scena l'eleganza senza tempo. Costume National si ispira ai colori dell’India

Parigi - «È la fine di un mondo, non la fine del mondo» dice Valentino dietro le quinte della sua ultima sfilata di prét-à-porter salutata ieri a Parigi da una commossa standing ovation. «C’è ancora gennaio - conclude il grande couturier - quando darò l’addio definitivo alle passerelle avrà senso piangere, ma adesso vorrei vedere solo facce sorridenti: ho fatto questa collezione con grande gioia, un regalo alle donne e al pubblico che mi ha sempre seguito».

Il discorso non fa una grinza eppure perfino Suzy Menkens, la più famosa giornalista di moda del mondo, amata e temuta da tutti per i suoi articoli sull’Herald Tribune, aveva le lacrime agli occhi, lo sguardo pieno di nostalgia. Impossibile darle torto perché l’ultimo défilé di Valentino è proprio come il primo: una magistrale prova d’amore per la bellezza femminile, un lavoro irripetibile sull’eleganza di forme e proporzioni semplicemente perfette. Per esempio i magnifici tubini rosa pallido oppure verde chartreuse interrotto da una specie di grande V sul viola all’altezza dello scollo, erano costruiti talmente bene da trasformare ogni modella in una vera signora, di quelle che sanno come si serve il tè ma forse ignorano quanto costa un chilo di pane perché tanto loro non mangiano mai carboidrati per paura d’ingrassare. Gli abiti da cocktail con una sola spallina e innumerevoli volant erano un trionfo di misurata voluttà nel sapiente gioco dei veli in chiffon rosso Very Valentino. Non mancavano i fiocchi, le bordure a millefoglie di velo, la magica lunghezza al ginocchio sotto alle piccole giacchine da giorno, una scelta cromatica a dir poco sontuosa e, soprattutto, quell’alternanza tra drappeggi e pannelli che rende ogni passo regale. Forse mancava lo spirito dei nostri tempi, ma anche se questo stile di vita esiste ormai solo nella testa del Maestro è piacevole vedere un simile sogno trasformarsi in realtà. Alla domanda su cosa pensa di Alessandra Facchinetti che gli succede alla guida creativa della maison, Valentino risponde: «Non l’ho ancora conosciuta ma la incontrerò presto, spero che porti avanti bene il mio nome. Del resto è una signora con molto gusto e ha un archivio sconvolgente su cui lavorare: le faccio tanti auguri perché ha preso in mano una patata bollente». Dello stesso avviso è Giancarlo Giammetti, storico socio del couturier: «Incrocio le dita per la maison ma siamo sicuri che sia stata una scelta oculata, certo non vorrei stare nelle scarpe di chi deve sostituire Valentino». Sui futuri progetti del duo fioccano le congetture. «Starò di più con i miei cani e controllerò le mie case per vedere se davvero i cuochi sono bravi» chiarisce Valentino annunciando però di avere in animo i costumi per un balletto al Marinsky di San Pietroburgo e forse per un’edizione speciale della Traviata. Giammetti filosofeggia dicendo: «La vita va avanti e noi non ci siamo mai guardati indietro». Nel complesso un penultimo atto davvero memorabile.

Sulla passerella di Costume National per la prima volta compare il colore ed è una vera meraviglia: un’idea di India senza cadute nell’etnico, così leggera e convincente da far pensare al design prima e alla millenaria bellezza del Taj Mahal poi. Il tubino tagliato come un sari e le velature di organza color perla su tinte come curry, zafferano, curcuma e karkadè avevano il profumo delle nostre città. Ad applaudire la sfilata c’era nascosto in regia Mick Jagger, mentre Fumi Yamamoto, mamma del grande Joshij che è stato il maestro di Ennio Capasa, nel backstage ha portato allo stilista pugliese un pacchetto di dolci giapponesi e tè oltre alle felicitazioni per il ventunesimo anniversario del marchio. Anche Dries Van Noten ha guardato ad Oriente con una collezione dedicata al sud est asiatico convincente fino a un certo punto. Mentre la sfilata di Karl Lagerfeld per la linea che porta il suo nome era un inutile esercizio di stile sulla trasparenza. Comunque sia per un paio dei suoi jeans neri ingabbiati nel velo bianco, varrebbe anche la pena di digiunare a lungo. Una semplice dieta non basta, però che belli!