Valentino rimanda la festa e finisce sotto processo

A Motegi, Rossi tampona Melandri e cade. Respinto il reclamo della Honda contro di lui. Ma il dispetto del rivale Biaggi (2°) tiene aperto il mondiale

nostro inviato a Motegi
Come in tutte le storie vere, storie di uomini contro, è il nemico per la pelle, il rivale di sempre, quello che proprio all’ultimo ti rovina la festa. Max Biaggi, per esempio. Dunque, festa rimandata per Rossi e la sua banda. Perché ha sbagliato, perché è caduto, perché c’era Biaggi là davanti a rompere le scatole. «Pensate che Valentino sia finito a terra per cercare di venirmi a prendere?», domanda sornione e gongolante il romano troppe volte umiliato quest’anno. Non stavolta, però. Perché anche se Biaggi non ha vinto e il tripudio è tutto per Loris Capirossi e la Ducati capaci di sbancare la roulette giapponese, il vincitore morale resta Max. A lui è riuscito lo scherzo più grande: far innervosire il campione del mondo nel giorno dell’ennesima consacrazione, spingendolo all’errore e tenendo aperto un campionato che tutti davano per chiuso. «E adesso voglio vincere» ringhia, «e rendere duro questo finale».
Un weekend nato storto per Vale, la Yamaha e le loro gomme, fin da venerdì alle prese con troppi problemi in curva e in frenata, non abbastanza però per impedire al campione di incollarsi, dopo pochi giri, al trio nazionalpopolare che si stava involando: quello formato da Melandri, Capirossi e Biaggi, diventato poi Melandri, Biaggi e Capirossi. Senza Max vincente, anche il terzo posto avrebbe incoronato il dottore. «E io a quello puntavo» dirà scuro, mesto, triste in volto Valentino, «bastava quello per diventare campione del mondo». Invece tutto si è scombinato e tutto significa il nemico di sempre che acchiappa la prima posizione al giro dodici.
Sarà un caso, ma è proprio al giro tredici che va in scena il patatrac, quando, per recuperare, il campione osa quel tanto di più, si distrae e innervosisce e quindi sbaglia. «Melandri non l’ho visto, ha fatto una traiettoria strana, non me l’aspettavo, ho sbagliato e gli chiedo scusa», dirà Valentino. La sequenza: si vede il botto, la corsa di Rossi che, subito in piedi, va dall’amico a terra e gli parla: «Mi dispiace Marco, non volevo... non sono riuscito a evitarti». «Non ti preoccupare – gli sussurra con un fil di voce Melandri –. Ho male, tanto male, qualcosa mi è entrato nel piede, ma so che è stato un incidente, so che non hai colpa, ma Dio che male che mi fa». Si saprà poi che la pedana d’acciaio della sua Honda gli si è conficcata nel calcagno.
Il rumore dei motori non si è ancora perso nell’aria che parte il reclamo ufficiale della Honda Hrc, la squadra di Biaggi, Hayden, Gibernau, Melandri, Barros e Tamada. Motivo? Rossi sarebbe reo di azione pericolosa e scorretta in pista. Altro motivo? Se viene condannato, dovrà saltare il prossimo Gp e il mondiale si aprirebbe un poco. Motivo vero? La Honda troppo umiliata ha perso la testa. E il colpo inferto in casa dalla Ducati non ha certo aiutato. I team non ufficiali, compreso quello di Gresini per cui corre Melandri, si rifiutano di firmare il reclamo. L’inquisizione motoristica scatta ugualmente. I giudici attendono Rossi. Prima di entrare, il campione-imputato dirà: «Stanno avvelenando il dopo gara, pensavo che mai si sarebbe potuti arrivare a tanto. È una mossa politica per cercare di tenere aperto il mondiale, mi auguro che una richiesta così stupida non venga accettata... Oggi non sono addolorato per il titolo rinviato, bensì per Marco che si è fatto male. Mai, fra noi, c’è stato un duello cattivo o scorretto... ho solo sbagliato. Lui mi assolve e la Honda fa reclamo? Incredibile. Però scusatemi, devo andare, mi hanno chiamato i giudici».
Corre. Tre piani, la torretta di controllo, la sala inquisizione: un tavolo ovale, i giudici (il direttore di gara, i rappresentanti dell’organizzazione, della Federazione e dei team), gli accusatori (la Honda Hrc) e imputato e difensore, il suo team manager, Davide Brivio. Venti minuti a guardare un monitor, poi gli fanno segno di uscire, poi lo vanno a richiamare. Assolto. «Perché il fatto non sussiste», dirà lui sollevato. Poco prima aveva confidato: «Corro da 10 anni, nessuno ha mai detto che sono un pilota scorretto... chiedetelo anche a Biaggi: nemmeno lui lo direbbe». Assolto due volte.