Valentino come Senna vince contro la natura

Sotto l’acqua a Donington, come Ayrton nel ’93. Le imprese eroiche di Hampsten e Soldini

Benny Casadei Lucchi

È l’unica somiglianza, ma è la più importante: uno era un fenomeno, l’altro è un fenomeno. Uno si chiamava Ayrton Senna da Silva, ma il Silva fu presto dimenticato, l’altro si chiama Valentino Rossi ma anche Rossifumi, Valentinik e soprattutto Dottor Rossi. Nessuno dimentica i suoi soprannomi.
Per la verità, a legare questi due fuoriclasse della storia e del presente motoristico c’è anche un circuito: Donington Park, elegante quanto vetusto saliscendi collinare, là dove le colline sono molto basse perché sono colline molto inglesi, di proprietà di un conte delle Midlands con il pallino dei motori. Negli anni, lungo i 4.023 metri di questa piccola Scala motoristica si sono dati battaglia molti grandi del volante e dell’impennata, con preferenza netta per quest’ultima. Ultimo esempio in ordine di tempo, l’impresa firmata domenica 24 luglio, l’altroieri, dal Dottore di Tavullia, in sella là dove gli altri scivolavano, in rimonta là dove gli altri cedevano posizioni e orgoglio, e alla fine vittorioso. Un’impresa che ha esaltato lui e rispolverato – perché, a volte, anche il ricordo degli dei motoristici finisce sugli scaffali – le gesta dello sfortunato campione brasiliano.
Era una domenica di Pasqua del 1993, a Donington. Ayrton correva ancora con la McLaren, quell’anno castrata nelle speranze da un motore Cosworth che nulla aveva a che vedere con i Porsche e gli Honda indossati fino all’anno prima. E c’era l’odiato quanto rispettato nemico, Alain Prost, sulla vettura che Senna avrebbe fatto di tutto per avere, la Williams-Renault di un altro pianeta, la monoposto che un anno esatto dopo, a Imola, primo maggio, con Alain Prost ormai telecronista, avrebbe spinto il brasiliano dritto verso la morte.
La domenica di Pasqua, Ayrton scattò quarto, davanti c’erano Prost, Hill e Schumi, le due Renault e l’erede, perse una posizione, ma in un giro solo, il primo, là dove gli altri navigavano a vista come su battelli logori, lui che il battello logoro l’aveva per davvero pareva invece su un off-shore: volava, schivava, umiliava. Al primo passaggio era già in testa. Per rendere l’idea del diluvio, in uno dei 5 pit stop effettuati quel giorno, mancò persino il box perché nella nuvola d’acqua non lo vide.
Lo sport racconta di altre sfide uomo-natura, quando quest’ultima diventa violenta e inaspettata e s’infuria perché l’uomo osa giocare con le auto e le moto e le bici mentre piove o nevica. Il Giro d’Italia del 1988 più che d’Italia lo si ricorda come il Giro del Gavia. Lo vinse l’americano Andrew Hampsten e lo vinse perché, caparbiamente, mentre gli altri rallentavano, s’arrendevano e svenivano, lui in mezzo alla tempesta di neve che devastò la scalata e i muscoli e lo sguardo, lui non mollò. Mai. Era il 5 giugno. Fino al tappone Chiesa Valmalenco-Bormio, in maglia rosa si erano succeduti Bernard, Podenzana e Chioccioli che proprio in cima al Gavia la consegnò al legittimo proprietario: l’americano che quel giorno aveva sconfitto la natura.
Pioggia, neve, mancava il mare. Giovanni Soldini, velista, il 15 febbraio del 1999, mentre veleggiava e puntava a concludere la terza tappa del giro del mondo in solitario, abbandonò rotta per andare a salvare un’altra folle e coraggiosa come lui: la francese Isabelle Autissier, travolta dall’oceano in tempesta. Ci riuscì. Il tempo di darle un asciugamano, di rifocillarla e Giovanni era già in rotta verso Capo Horn, verso il traguardo della tappa, a Punta del Este, in Uruguay. Dirà solo: «Adesso Isabelle si goda la crociera, non deve far niente, solo la passeggera». La Francia dirà e farà di più, conferendogli la Legion d’onore. E Dio solo sa quanto costa ai «cugini» premiare un italiano.