La Valeri nell’antica Grecia diventa moglie di Socrate

Al teatro Studio da venerdì il monologo dedicato a Santippe

Valentina Fontana

Dai salotti mondani e intellettuali milanesi ha colto quella frivolezza e ipocrisia che l'hanno fatta diventare l'inconfondibile signora Cesira della trasmissione radiofonica Il rosso e il nero. È poi diventata la nevrotica signorina snob, fedele specchio di un ambiente borghese tipicamente meneghino, per entrare nell'anima popolana romana de «la figlia della sora Augusta, quella maritata Cecioni». Sempre con ironia, sempre con intelligenza, ha saputo osservare, ascoltare e interpretare una società in continua evoluzione da attrice, sceneggiatrice, regista e autrice. Per lei comunque il mondo non cambia, la natura dell'uomo sembra essere immutata. Franca Valeri, un cognome d'arte preso a prestito negli anni Cinquanta da Paul Valéry, una carriera unica che l'ha vista vicina a Lattuada, Monicelli, Fellini, Visconti, Strehler, De Sica e Testori, solo per citarne alcuni, continua a dimostrare di essere una signora. E, dopo aver incarnato vizi e virtù dei nostri tempi, dopo aver rappresentato come siamo, torna indietro nel tempo e sceglie di essere La vedova Socrate, da venerdì al Teatro Studio.
«Mi è piaciuta subito l'idea di dar vita a Santippe, la moglie di Socrate - racconta la Valeri -. Il monologo nasce da Peppino Patroni Griffi, il quale si è così divertito a leggere il racconto La morte di Socrate di Friedrich Dürrenmatt che me lo ha passato».
Un altro ritratto femminile, un altro monologo, porta così in scena l'irresistibile ironia della Valeri nelle vesti di Santippe, un donna semplice e lontana dalle astrazioni intellettuali di Socrate e del suo entourage, che, ormai vedova, chiusa nella sua bottega antiquaria, svela i particolari di una quotidianità coniugale per nulla scalfita dall'eccezionale personalità del marito.
«Santippe è una tipica moglie - spiega l'attrice -, una donna di casa che ha certamente amato suo marito, che gli è sempre stata accanto, senza però mai farsi schiacciare dalla figura di cotanto compagno. Una donna soprattutto intelligente che ha saputo vivere il suo tempo con aderenza, che ha saputo mantenere un certo distacco per osservare le cose della vita ancor più chiaramente e con buon senso rispetto allo stesso filosofo. Intelligente, ma indissolubilmente legata alla sua estrazione popolare, Santippe elabora il suo compito di moglie senza tenere troppo conto di chi è il marito».
«Santippe è una comune ragazza dei sobborghi di Atene - continua la Valeri - e, anche se è difficile immaginarla lontana dal mondo di Socrate, oggi potrebbe abitare sulla Prenestina e essere una vistosa impiegata ossigenata con possibilità di velina. Queste ragazze solleticano spesso la curiosità di uomini non semplici e questa antica fatalità porta Santippe al matrimonio con Socrate, a un lungo matrimonio in fondo ben riuscito. Mi ha affascinato vedere come Santippe sia passata indenne fra filosofi, generali e fanciulli, in un quotidiano colloquio con un marito di cui ha sempre avuto sentore della generosità nell'elargire le sue idee senza tenere conto di se stesso. Certo, Santippe ha preferito se stessa al mondo irreale del pensiero. Un'onestà che l'ha fatta disprezzare dagli storici, ma che ne fa una gustosa eroina del teatro»