Valeria e una vita piena di guai: tra sesso, rock e due morti illustri

Poggi Longostrevi è un cognome ingombrante, non solo perché è lungo. Quando lo pronunci vedi sguardi di sottecchi, smorfie, qualcuno che si dà di gomito e la domanda, immancabile: «Parente?».
A Milano, e non solo qui, la memoria di Giuseppe Poggi Longostrevi è ancora viva anche se non è più vivo lui. Ormai da quasi otto anni. L’avevano subito soprannominato «Re Mida della sanità», in quel lontano 1997, quando gli fecero scattare le manette ai polsi per colpa di fatture gonfiate e bustarelle, nel vortice di una Tangentopoli che infuriava ormai da tempo e aveva triturato nomi noti e meno noti della politica, dei servizi e degli affari.
Il professore si uccise nel Duemila, oppresso dai rimorsi, dai debiti e dalla depressione in cui spesso incappava. Oggi è un’ombra che aleggia, non tanto nascostamente, tra le pagine di un libro in cui sua figlia, Valeria, racconta i suoi primi trent’anni. E spiega perché quel nomignolo di «Re Mida» è il più sbagliato nella storia dei soprannomi. Tuttavia chi pensasse che il libro sia una celebrazione di papà, si sbaglia di grosso.
Valeria rievoca le tappe di una vita davvero spericolata, non solo perché all’ombra di un altro personaggio ingombrante (stavolta della musica, non dei camici bianchi): quel Vasco, poeta «maledetto», che ha ispirato la gioventù bruciacchiata dagli eccessi di tanti ragazzi. E ne è stato la colonna sonora. Dentro e fuori dalle discoteche, nel profondo degli affari di cuore. Valeria amava Frog; Frog amava Valeria. Ma Frog non era uno qualunque: era la chitarra di Vasco e, proprio come un ranocchio, salticchiava qua e là sul... fronte del palco.
Poi, come nella favola più dolce, il ranocchio si era trasformato in uno splendido principe azzurro e, a cavallo della sua chitarra, l’aveva rapita nell’etereo mondo delle note. Era amore profondo che le burrasche di una vita a cento all'ora non avevano saputo cancellare.
Frog se ne andò in una sera di maggio, all’approssimarsi dell’estate, quando il sole scalda i cuori di chi si ama e la droga non perdona chi le si concede. «Overdose» fu lo squallido referto medico che archiviava l’esistenza di Massimo Riva, il «cuore» di Valeria, che l’aveva saputa proteggere anche da quel male assoluto e le aveva tenuto nascosta quella fatale debolezza, forse proprio per amore, forse proprio per evitarle di finire prigioniera di quell'eroina che di eroico non ha niente.
A Valeria cadde il mondo addosso, quel giorno. Non sapeva nulla, non immaginava nulla. Frog era «il» fidanzato, non «un» fidanzato. E la «nera signora» cantata da Vecchioni se l’era portato via così, nella Samarcanda dei condannati. Un anno dopo tornò: sul «destriero più veloce che c’è» stavolta salì il professore padre suo. Un altro squillo di telefono, un altro rintocco senza appello. Per Valeria finiva un’epoca, quella dissoluta degli abusi. E ora è diventata un libro, terapeutico come sa essere l’inchiostro, nero su bianco, quando vuole aiutare qualcuno a uscire dal tunnel...
Guardandosi indietro, meglio una vita spericolata o una vita da mediano?
«La vita da mediano non l’ho mai fatta, non so cosa sia. Ho commesso molti errori, ma sono nata senza regole e senza regole sono sempre vissuta. Mio papà non ci aveva dato codici particolari, era un anticonformista, non si formalizzava, se entrava in empatia con una persona gli concedeva tutto. E mi ripeteva sempre che gli assomigliavo...».
Insomma, «una vita che se ne frega di tutto, sì»...
«Quella è mia madre: non l’ho mai capita, né compresa. Tanto meno condivisa: ha smesso di giocare prima ancora di cominciare. Ha passato tutti i suoi anni trascurandosi e compiangendosi, si è consegnata con le sue stesse mani alla depressione».
Tu non te ne sei mai fregata?
«È uno dei rimpianti più grossi. Ricordo mio papà che ci chiedeva aiuto, negli ultimi anni. Io non glielo ho dato e questo, oggi, mi pesa tantissimo. Avrebbe avuto bisogno di qualcuno vicino; era un uomo debole di salute, alternava stati di euforia, esuberanza e iperattività ad altri in cui nemmeno sembrava riconoscere chi aveva davanti. Soffriva di psicosi maniaco-depressive e crisi di personalità. Quando non resisteva più, faceva un elettrochoc, si riprendeva e si rituffava nel lavoro».
Voglio una vita... la voglio piena di guai.
«Non sono mancati neanche questi. Dopo l’arresto di papà, la bufera giudiziaria ha travolto tutto quello che lui aveva costruito negli anni. Lo hanno definito Re Mida, hanno scritto di tesori alle Bahamas, barche, case e ville. Niente di tutto questo. Nessun conto off shore, nessuna ricchezza in paradisi fiscali. Ci hanno portato via quel che avevamo e non era molto. Mio papà ha sbagliato tanto, si è fidato spesso di chi non meritava fiducia, ma nessuno ha mai ammesso quello che ha fatto di buono. È stato sempre e solo demonizzato, eppure lavorava 16-18 ore al giorno, ha portato a Milano la medicina nucleare e la qualità degli esami medici svolti in quei centri era riconosciuta da tutti».
In fondo era perso dietro ai fatti suoi, quindi...
«È quello che rinfaccerò sempre a mio padre: non aver mai trovato cinque fottutissimi minuti da dedicare a me e soltanto a me. Ognuno corre dietro ai fatti suoi, ma lui non aveva occhi che per il suo lavoro. Lo gestiva da imprenditore e riempiendoci le tasche di soldi era convinto di aver fatto il suo dovere e anche di più».
Voglio una vita che non è mai tardi, di quelle che non dormi mai...
«Ho passato notti insonni per lavoro e per passione. Dietro la musica, adoro la musica. Ho cantato in due tour di Vasco: ho aperto i suoi concerti nel '99 e nel 2000. A New York ho ballato da Martha Graham e Alvin Ailey. E ho pure recitato: mi esibivo nei teatri off e off off Broadway. Ricordo A piedi nudi nel parco di Neil Simon, Bye bye Birdy, Extremities».
Vita esagerata, insomma... quasi come quelle dei film.
«Mai fatto cinema, però di cinematografico la mia vita ha avuto molti momenti: rocambolesche fughe, tante corse in macchina».
Una vita come Steve McQueen...
«E chi è?».
Ha avuto una vita esagerata. È un simbolo, l’ha scelto pure Vasco...
«Ma non era il nostro simbolo. Steve McQueen non mi dice niente, non rappresenta niente».
«Papillon», «L’inferno di cristallo», «La grande fuga», «Le 24 ore di Le Mans» e...
«Meglio Woody Allen. Ho visto quasi tutto di Woody Allen. E Almodòvar. Ricordo Cosa ho fatto io per meritare questo, mi ha commosso. Ma anche Lynch...».
Però Vasco è l’icona...
«Vasco è un poeta, anche se il Vasco di oggi...».
Che cos’ha?
«Commerciale, meno spontaneo. Più studiato soprattutto nell’immagine».
Già comprato l’ultimo di Vasco?
«No - ridacchia - ma lo farò. Ora però ascolto Lenny Kravitz e Shakira...».
E leggerai i poeti maledetti.
«Ho svoltato: amo i classici, italiani e stranieri. Hesse soprattutto. E tanta religione».
Non certo i libri di Ratzinger...
«Per una che è stata in India da Sai Baba, seppur delusa e poco fiduciosa in queste credenze indiane, il passo verso il Papa è un po' troppo lungo. Mi affascina la new age, però tanti valori sono gli stessi. In fondo ho capito che il materialismo non vale niente. È la rincorsa dell'effimero: si cerca sempre di più, non si apprezza mai ciò che si ha».
Oggi, a 37 anni, Valeria Poggi Longostrevi cosa fa?
«Ha lasciato la vita spericolata. E si occupa della gestione di due centri medici di papà, sono gli unici sopravvissuti al massacro giudiziario e agli sciacalli».
Era quasi quello che avrebbe voluto lui...
«Mi voleva medico, non lo sono. Però seguo la sua attività. Forse era destino...».