Valery Gergiev Il genio russo alla guida della Filarmonica

A lla Scala è sbarcato Valery Gergiev. Con lui la prospettiva Nevskij, l'iconostasi di Nivodievici, l'amato Slava Rostropovich Orfeo del muro di Berlino. E quella sua fiamma, quel suo singolare aspetto da mugiko che nessuna avventura nelle grandi mecche del sinfonismo occidentale è riuscita a stemperare. Quelle sue mani senza pace che suggeriscono con un fremito entrate, tempi, sonorità. Sebbene il podio del Piermarini non sia certo per lui evento raro, non pare superfluo tornare su alcuni passaggi.
Già assistente del decano del sinfonismo sovietico e russo Vladimir Temirkanov, Valery Gergiev gli succede alla guida del Kirov-Mariinskij del quale diviene il direttore artistico e amministrativo. Insomma lo zar. Non è inferiore al compito. Potenzia il grande teatro con l'ampliamento del repertorio russo e non. Con i suoi complessi superbi firma pregevoli incisioni e bellissimi video. Se li porta dietro nel mondo, Cina inclusa, dove è nuovamente atteso con la Tetralogia wagneriana. Poco più che cinquantenne affina il repertorio personale tanto da poter partecipare alle nostre celebrazioni verdiane, essere ospite stabile del Festival di Salisburgo, direttore principale a Rotterdam, al Met e alla London Symphony con la quale incide (etichetta Lso) l'integrale della sinfonie mahleriane. La sua arte connotata da passionalità e irruenza, solleva l'entusiasmo. Eroe in patria per aver salvato dal collasso dell'Unione Sovietica il Mariinskij, il nostro fa della diffusione della musica russa una missione. Da noi è una presenza costante. Tanto alla Filarmonica che alla Scala. Dove ha diretto Giocatore e Kovanscina, Guerra e Pace e Boris. Protagonista dei festeggiamenti per i trecento anni di San Pietroburgo è il fondatore del suggestivo festival Stelle delle Notti Bianche.
Nel suo carnet anche l'impegno politico, come riporta un nostro importante quotidiano. Testualmente: «Un requiem per le vittime dell'11 settembre osseto. Così il grande direttore d' orchestra russo (di origini ossete) Valeri Gergiev ha definito il concerto tenuto ieri nella piazza bombardata di Tskhinvali, capitale della regione autonomista dell' Ossezia del Sud. Per Gergiev, "Mosca ha tentato di mettere fine a un genocidio"».
Personalità dunque a tutto tondo, il direttore è tornato alla Scala per la Stagione Filarmonica. Il programma, tra i più godibili che si possano immaginare, impagina pensieri tutti russi. Tutti suoi. L'esito del concerto è scontato. Apre la Quinta di Caikovskij (Pietroburgo 1888), con le sue malinconie, i suoi slanci, lo smalto dei timbri solisti e il marchio psicologico del «tema del Destino» che lega i quattro movimenti. Cavallo di battaglia di molti direttori la sinfonia è una della pagine più amate dal pubblico.
Seguono I Quadri di un'esposizione di Musorgskij (1874) che accorpano la compatta visionarietà del compositore e la raffinatezza dell'orchestrazione di Ravel. I Quadri, scritti per pianoforte e disperatamente russi (come tali intrisi di ritmi e motivi popolari), sono un omaggio alla memoria del pittore Victor Hartmann, del quale ricordano le tele connettendole l'una all'altra con il piccolo tema ricorrente della Promenade.