Le valigie esistenziali di Rossella Roli

T utto il nostro passato dentro quella valigia non ci può stare, cantava Julio Iglesias. E invece, la magia dell’arte è proprio quella di rovesciare luoghi comuni e categorie, esercitando inversioni di senso che possono riempire di pathos anche gli oggetti più banali della quotidianità, come ci insegnò all’alba del Novecento Marcel Duchamp quando mise in scena uno scolabottiglie, un orinatoio, o una ruota di bicicletta. La consacrazione ad opera d’arte del ready-made, dell’oggetto pronto ma decontestualizzato e dunque dotato di «aura», è alla base anche del lavoro di Rossella Roli, artista milanese in mostra in questi giorni allo Spazio Obraz di vicolo Lavandai 4. Le «valigie di sopravvivenza» che accolgono lo spettatore sono microracconti di una memoria autobiografica ma al contempo collettiva. Rossetti, protesi, arti di bambola, maschere antigas, piccoli carillon, fotografie, esche da pesca, organi vitali riprodotti in vetro. L’artista compie ordinati assemblage all’interno di bauletti d’epoca, ognuno dei quali rappresenta un archetipo esistenziale. Il viaggio, di cui la valigia è metafora per eccellenza, diviene un contenitore esperienziale che, freudianamente, mette al centro la scoperta dell’oggetto d’amore come eterna pulsione e come inutile tentativo di ricongiungersi al nucleo primario, l’edipo. Gli oggetti, che l’artista recupera pazientemente sul web o nei mercatini, sono accostati all’interno dei box in modo paradossale e metaforico. Nell’opera intitolata «Centomila baci», pallottole a forma di rossetto, bossoli di vetro, un paio di guanti vermigli, una serie di mappe compongono un teatro che mette a nudo la pericolosità e al contempo la fragilità della posizione seduttivo-predatoria che sottende alla relazione tra uomo e donna. L’oggetto d’amore è preso d’assalto, è il caso di dirlo, nell’installazione pret a porter intitolata «Coup de foudre»: un bersaglio da tiroassegno e due file di dardi, metà in legno e metà in vetro, quest’ultimo materiale ricorrente nelle sue opere come simbolo dell’effimero che, giura l’artista, è in nuce ad ogni storia d’amore, anche la più travolgente. Degna dei nostri giorni è invece «L’errance amoureuse et la complétude insoutenable», una valigia che racchiude esche, ami, mulinelli, galleggianti e un grande cuore di vetro, vittima e carnefice dell’amore predatorio.