«Vallanzasca in libertà? Per me sarebbe la morte»

Gianluigi Nuzzi

da Milano

«Vallanzasca vuol uscire dal carcere per riabbracciare la madre. Dice che non la vuole vedere in una foto che sbiadisce ogni giorno sempre di più. Gli rispondo che da ventotto anni a me è rimasta solo una foto sbiadita di mio marito brigadiere di polizia, ammazzato da Vallanzasca solo per avergli chiesto la patente». È piena di rabbia la reazione di Gabriella Vitali, vedova di Luigi D’Andrea freddato al casello di Dalmine nel 1977, alle anticipazioni della puntata de «La storia siamo noi» che domani sera su Rai3 Giovanni Minoli dedica al ben René.
Signora Vitali, Vallanzasca dice che «Ci sono vittime per le quali posso sentire una colpa pesante. Altre invece che fanno parte del gioco. Un poliziotto che ha l’indennizzo rischio, sa di andare incontro alla possibilità di trovare un Vallanzasca».
«Vallanzasca non cambierà mai. Ha mostrato, mostra e mostrerà sempre la stessa arroganza. Non ha novant’anni d’età, ma quattro ergastoli e quasi tre secoli di carcere come condanne raccolte in vari processi. Eppure appena parla finisce su tutti i giornali».
Cosa vuol dire?
«Io ho dovuto penare due anni per vedermi pubblicata una lettera su un giornale. Lui, invece, quando parla o scrive viene ripreso persino dai settimanali femminili. Diventa oggetto di appelli, assicurazioni sociologiche che è cambiato, parole nobili espresse da suoi ex complici ravveduti che garantiscono per lui. Ma in questo Paese ruoli e responsabilità spesso si invertono. I poliziotti sono in galera e la gente come Vallanzasca libera. Qui più ne hai uccisi, prima esci dal carcere».
E se venisse concessa la grazia?
«Sarebbe la mia morte civile. Ma sarebbe anche un pericolo per tutti. A 55 anni e con il suo carattere in dieci minuti è capace di ricostituire la sua banda e rimettere in piedi la stessa organizzazione di prima».
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it