Vallanzasca non si pente: un poliziotto sa che un giorno può morire

Il «bel René» chiede scusa alla vedova di un agente morto nel ’77. Ma dice: «Chi ho ucciso sapeva di poter trovare gente come me»

Gianluigi Nuzzi

da Milano

«Non mi pento di nulla. Ci sono vittime per le quali posso sentire una colpa pesante. Altre invece che fanno parte del gioco. Un poliziotto che ha l’indennizzo rischio, sa di andare incontro alla possibilità di incontrare un Vallanzasca. Fa parte del gioco». Sei mesi dopo la richiesta di grazia a Carlo Azeglio Ciampi, Renato Vallanzasca cambia registro. Scrive lettere ai parenti delle sue vittime. Va in televisione. Cerca di dare un senso a quanto accaduto. La missiva viene indirizzata a Gabriella Vitali, vedova del poliziotto Luigi D’Andrea, rimasto freddato al casello di Dalmine, durante un controllo il 7 febbraio 1977. Vallanzasca rivolge attenzioni e parole affettuose alla signora e anche anche alle figlie dell’agente ucciso. Che indica, sia il marito, sia le figlie, con i nomi propri.
Insomma, nessuna rivisitazione critica, nessun passo indietro. Per Vallanzasca ci sarebbe infatti il rischio di passare per un ipocrita: «Signora Gabriella...Sono Renato Vallanzasca - è l’incipit -. Aspetti! La prego non butti via la mia lettera. Non le scrivo né per protestarle la mia innocenza, sarebbe inutile, né per smuoverla a pietà o sentimenti analoghi. Ho notato il nome delle sue due piccole Lucia e Mariagiovanna, mi rendo conto del dramma, io non devo farmi perdonare nulla da lei ma, mi creda o meno, l’idea che povere innocenti paghino con l’assenza eterna del loro padre mi ha fatto male».
Per questo insiste. Ancora si rivolge alla vedova. Chiede: «Se mai le sarà possibile cerchi di dimenticare il suo amato Luigi e viva nell’amore delle sue creature. Mi creda ho solo da perdere con la presente, può sembrare un volersi far sembrare “un cuor nobile” che mi renderebbe all’occhio dell’opinione pubblica anche una viscida serpe. Ma ho scritto questa lettera così, di getto». A che fine dopo trent’anni di silenzio e a sei mesi dalla richiesta di grazia al Colle?
La missiva riapre tuttavia la discussione sulla grazia e sulla storia criminale del bel Renè. Oggi viene ricostruita, dopo 35 anni dietro le sbarre, da Giovanni Minoli che dedica al re delle evasioni la puntata de «La storia siamo noi» di lunedì prossimo, su RaiTre alle 23.40. Silvia Tortora e Caterina Stagno hanno infatti trovato la missiva, sentito il prefetto Achille Serra, giornalisti, esperti per rispondere all’unica domanda che si ripete: Vallanzasca merita il perdono dopo tutti i suoi crimini, è giusto concedere la grazia?. «Onestamente non lo so - risponde direttamente Vallanzasca intervistato da Minoli -. Al di là dei reati che ho commesso, 35 anni sono una vita intera. E non penso di dover giurare contrizioni o cambiamenti. Mi sembrerebbe ipocrita per le mie vittime ed i loro parenti». E così senza problemi svela che nulla ha da pentirsi perché, sostiene, alcune vittime «fanno parte del gioco». Se di qualcosa si rammarica, invece, come una riflessione, un senso di colpa, riguarda l’omicidio nel 1981 all’interno del penitenziario di massima sicurezza di Novara. Lì infatti uccise un ex compagno di rapine, un «infame», il pentito Massimo Loi. Venne decapitato. «Non mi perdonerò mai - afferma Vallanzasca a Minoli - una simile mattanza, avevo contribuito a mettere in moto una macchina infernale...». Più personale e tutta sugli affetti, invece, le ultime righe di questa missiva alla signora Vitali: «Non posso inviare un bacio alle piccole - conclude Vallanzasca - ma mi consenta di farle i miei più fervidi auguri per un domani che la trovi più serena. Ora la lascio. Doverosamente, Renato Vallanzasca».
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