Ma la Valle grida: «Venausschwitz»

È tregua armata ma le ruspe sono ancora ferme

Gabriele Villa

nostro inviato a Venaus (Torino)

Sindaco, mi scusi, se lo lasci dire dal figlio di un capostazione, non crede che un po’ di alta velocità ci vorrebbe, in Italia? Nilo Durbiano sorride e si stringe nelle spalle. Sarà per il freddo, certo. Che in 72 ore di bivacco, in questi campi della Val Susa, gli ha congelato il congelabile. Sarà perché, obbiettivamente, la sua posizione non è facile. Nel guardaroba di casa ha due opzioni: la fascia tricolore di primo cittadino di Venaus, avamposto della nuova rivoluzione anti-modernismo, oppure la divisa di ferroviere. Macchinista, per la precisione. Quindi ? «Quindi ci vorrebbe un po’di buonsenso da parte di tutti, io come ferroviere, potrei dire: spendiamogli meglio i soldi stanziati per l’alta velocità. Per non tagliare le linee regionali, per ammodernare le carrozze, per togliere pulci e zecche. Potrei anche dire che per cinquant’anni ci siamo dimenticati delle ferrovie in Italia. E che anche le ferrovie dovrebbero avere le loro strade secondarie, per i pendolari, e le loro autostrade, per chi vuole correre. Ora ci siamo svegliati da questo torpore e vogliamo solo fare autostrade, quindi alta velocità».
Ha parlato il macchinista, il sindaco invece che dice? «Dice che vogliamo parlare con Ciampi, perché noi qui a Venaus come a Mompantero, come in tutta la valle, vogliamo tornare ad essere padroni di muoverci liberamente in casa nostra. Qualcuno mi ha detto che non fanno passare neanche i funerali. Forse si esagera. Ma se toglieranno i posti blocchi, e questa assurda militarizzazione, noi toglieremo le barricate. Stiamo pensando ad un’altra grande manifestazione per il 17 a Torino, mentre una delegazione di metalmeccanici della Valle di Susa porterà la voce dei No-Tav, nel corteo per il contratto a Roma. Le trivelle di Mompantero possono essere tranquillamente protette in quota. Il cantiere di Venaus può essere presidiato da pochi agenti. Non succederà nulla se dentro il cantiere non si comincerà a lavorare, questo è certo. Altro che sabotaggi o attentati come qualcuno vuol far credere. Nel frattempo diamo retta alla Bresso che ha parlato di tregua olimpica. Mancano quaranta giorni al 15 gennaio, la data in cui potremmo fermarci tutti a riflettere. Che senso ha adesso esasperare gli animi? Mettiamoci a un tavolo, con la Bresso, coi ministri, col presidente Ciampi. Abbiamo delle controproposte, magari se ci danno retta è meglio per tutti».
Sono le 18,30, ma sembra notte fonda. Nilo Durbiano si infila nella sala consigliare per un supervertice con tutti gli altri sindaci della Bassa Val di Susa. Nella riunione sarà concretizzata la sua proposta di scambio: via i blocchi di polizia, via le barricate. Dopo le parole di Ciampi, fin dalla mattinata è sembrata aprirsi una finestra di trattativa, di dialogo, qui nel vallone Cenischia, dove dovrà essere realizzato il cunicolo esplorativo di dieci chilometri della linea superveloce. Vero che ieri nuovi manifestanti si sono ritrovati uniti e che, all’alba, quando gli uomini della cooperativa muratori e cementieri, la ditta incaricata di scavare il tunnel, hanno acceso i motori delle ruspe, hanno dovuti spegnerli subito, per evitare che la situazione degenerasse. Ma vero anche che il capo del popolo no-Tav, il presidente della comunità montana, Antonio Ferrentino, ha inviato un telegramma al capo dello Stato per ottenere «un incontro urgente». «Perché - spiega Ferrentino - vogliamo essere noi i primi a evitare che vengano strumentalizzate le parole di Ciampi». Risultato? Stanno ferme le ruspe (non quella che i dimostranti hanno usato per scaricare un mucchio di letame nei campi proprio davanti all’area del futuro cantiere) e si muovono le barricate. I manifestanti ne hanno spostate un paio. Una è stata arretrata davanti al presidio, l’altra è stata portata più a valle, di circa mezzo chilometro. Certo quella scritta «Benvenuti a Venausschwitz» non è il massimo, presidente Ferrentino, non le pare?