Della Valle: "L’Italia fa danni al made in Italy"

Il patron di Tod’s interviene nella polemica sull’accorciamento della settimana della moda: &quot;Gli americani chiedono di dimezzarla? Noi dobbiamo resistere, come fanno i francesi. In due giorni hanno stravolto i calendari e in due giorni possiamo tornare indietro&quot;<br />

Succede questo: la direttrice di Vogue America, Anna Wintour, fa sapere che resterà a Milano solo tre giorni per le sfilate. Poco dopo la Camera della Moda decide che la settimana della Moda, appunto, diventerà corta, cortissima, di tre giorni. Diego della Valle, che sfilate non ne fa, alza il ditino e dice: ma siamo impazziti? Viene da pensare che sia impazzito anche lui a mettersi contro la potente Vogue America.
«Io non ce l’ho con la signora Wintour - dice Della Valle -, che è anche un’amica. Lei può chiedere ciò che vuole. E tutto sommato non mi interessa il motivo per il quale la settimana sia diventata corta. Ritengo solo che accorciare questo evento sia un delitto per il made in Italy».

Ci sarà pure un colpevole. Lo spirito santo, o forse la Camera della moda?

«Penso che si stia sottovalutando l’effetto della settimana corta, non si stia tenendo in considerazione cosa voglia dire per il sistema nel suo complesso. Certo la Camera della Moda deve sentire la responsabilità di rappresentare questo mondo e si deve comportare di conseguenza».

Lei ci fa parte?
«Di questo mondo? Certo che ci faccio parte».

Della Camera della Moda?
«Ah no, non ne abbiamo il Dna. Ciò non toglie che viviamo in questo sistema e dobbiamo fare qualcosa per non abbandonarlo, per non perdere terreno nei confronti di altre piazze internazionali. Se necessario, si deve individuare un nuovo tavolo, in cui far sedere tutti gli attori della nostra industria e cercare di trovare un accordo per muoversi insieme».

Facciamo un passo indietro, perché mai una settimana ridotta provoca tutto questo sconquasso? I marchi restano, le sfilate si fanno, il circo mondano si attiva?
«La cosa è molto più complicata. Il made in Italy non è rappresentato solo dalle scarpe fatte a mano o dalle borse di coccodrillo, o dai grandi e famosi marchi. Il made in Italy è anche il piccolo albergo ben gestito e particolare, è il produttore di macchinari per impacchettare le sigarette. Il made in Italy è eleganza, fantasia. Ecco, concentrare in una vetrina di pochi giorni tutto ciò rischia di far perdere le diverse sfaccettature di questo mondo. Penalizza ovviamente i più piccoli e i meno famosi, di oggi. Ma che potrebbero essere le star di domani. È un sistema che vale migliaia di imprese e decine di migliaia di occupati. Se la settimana è corta, giornalisti e buyer sono costretti a concentrarsi su pochi. È un peccato. Senza parlare del prezzo che dovrà pagare Milano, tagliando a tre giorni il ricco business del turismo d’affari».

Anche a Parigi si stanno concentrando le sfilate...
«Macché. Da troppi anni, al contrario, si sente dire che buyer e giornalisti hanno più voglia di Parigi che di Milano. Dobbiamo reagire, prima che sia troppo tardi. A Parigi il calendario delle sfilate non cambia. All’interno della loro settimana si trova così anche il tempo per visitare lo stilista emergente, vedere la mostra, gustarsi un nuovo ristorante. Senza dover correre come sarà a Milano».

Ci sono decine di prime donne: metterle d’accordo non è facile. Si può dire che il vantaggio dei francesi è che messi d’accordo Pinault e
Arnault, tutto il resto segue?

«Aggiungerei almeno Hermes e Chanel... A parte i nomi, la verità è che i francesi su queste cose hanno un senso degli interessi del proprio Paese che noi non abbiamo. Siedo nel consiglio di amministrazione di Lvmh e lì capisci quanto i francesi tengono in considerazione i propri interessi. Da queste parti ci sono in effetti dei personalismi fortissimi. Ma nel mondo della moda ci sono ovunque».

Come se ne esce? La settimana ormai è andata?
«Non è detta l’ultima parola. Così come in due giorni hanno rivoluzionato i calendari, in due giorni si possono accomodare. Basta volerlo».

Ci sarà qualcuno che non ci starà?
«Se qualcuno manca all’appello, pazienza. Chiunque esso sia. In ballo c’è molto di più di una singola impresa. Ma che figura facciamo con quelle aree di forte e nuovo sviluppo (India e Cina, solo per citarne due) che vengono a Milano per tre giorni, poi si spostano a Parigi e New York e vedono tutt’altro trattamento. Rischiamo di perdere la sfida. Dobbiamo far capire ai buyer che questo è il Paese dove c’è la vera produzione».

I compratori sono interessati al marchio, mica a dove si fa?

«Sbagliato. Se ragioniamo in questo modo siamo fritti. Rischiamo di diventare di terzisti di qualità per altri marchi. Dobbiamo mettere in campo il sistema Paese».

Parole, parole, cosa vuol dire sistema Paese?
«È più banale di quanto immagini. Quando un compratore si mette in moto dal suo Paese per venire a Milano deve trovare una città accogliente. Dobbiamo offrirgli qualcosa di più e di meglio di quanto abbia in casa. Se un cinese parte da Shanghai per arrivare a Milano, la prima delusione l’ha già quando atterra, all’aeroporto. Bisogna creare un’offerta di cultura, di mostre, di eventi che siano collaterali alla moda e che diano il senso del made in Italy. Certo se poi le sfilate sono concentrate in tre giorni c’è poco da fare: è inutile investire su altro. Ma così saremo destinati inesorabilmente a perdere colpi».

Passi per Malpensa, ma non mi dirà che i nostri musei sono inferiori a quelli cinesi o indiani?

«Dico una cosa diversa. Una città come Bilbao, è riuscita a costruire intorno al suo museo una ragione di turismo e di successo. Noi, nonostante il patrimonio che abbiamo, non riusciamo a mettere le nostre bellezze a sistema, non creiamo dei grandi eventi-mostra. È necessario che anche la politica abbia una visione per questo Paese».

Beh di questi tempi sul tavolo della politica ci sono emergenze tipo quella di Termini Imerese...
«La fabbrica Fiat di Termini Imerese è sicuramente un problema che deve essere risolto tenendo in considerazione migliaia di famiglie che ruotano intorno al lavoro di quell’impianto. Si tratta di un problema strutturale che ha radici nel passato e in scelte che non sono state fatte 20 anni fa. Nel nostro settore invece siamo ancora in tempo. Ma le decisioni debbono essere prese oggi e ci devono rafforzare. Nel settore moda-lusso siamo ancora leader mondiali, se non facciamo le politiche giuste per mantenere la nostra leadership, nel futuro ci potremmo trovare come a Termini imerese. Capisco l’impressione che fa un’azienda in cui perdono il lavoro migliaia di persone; nel nostro settore le aziende sono piccole, ma numerose e i posti di lavoro generati decine di migliaia. Una tipologia di aziende che ha sempre dato e mai chiesto».

Mettiamo in fila tre nodi: riduzione delle tasse, snellimento della burocrazia e politica industriale. Cosa è più importante?
«Le tasse sono un problema serio, ma se manca una politica industriale che si occupi del nostro settore e non c’è una semplificazione nel modo di fare impresa, le aziende non generano utili e dunque neanche si pongono il problema dell’imposizione fiscale».

E la sua Confindustria non ha nulla da rimproverarsi?

«Non avrei titolo per parlarne, poiché per motivi di lavoro sono spesso assente e dunque non vorrei mancare di rispetto a chi giustamente se ne occupa. Un consiglio che darei è che sarebbe necessario organizzare delle vere kermesse, solide, ad alto tasso qualitativo, che ci facciano ritrovare a tutti la voglia di stare insieme per trovare una soluzione ai problemi».

Insomma sente Confindustria un po’ lontana, un po’ troppo romanocentrica?

«Direi assolutamente di sì. Servirebbe un’organizzazione in grado di recuperare l’attenzione di tutti gli imprenditori che sono andati nel mondo con le loro aziende».