La «Valle della morte» fra cercatori d’oro e golfisti

Viaggio nella terra desolata di rocce e canyon a due passi da Hollywood

C’è un luogo in America dove la temperatura è la più alta del mondo e dove si può scendere a ottantacinque metri sotto il livello del mare senza indossare maschera e muta da sub. È la Death Valley, la valle della morte, un nome ben poco rassicurante che risale a quando i cercatori d’oro passavano di qui, pensando di trovare una scorciatoia che li portasse dritti a Los Angeles, e invece in questa landa desolata restavano per sempre, uccisi dalla fame, dal caldo e dalla sete.
I nativi americani la chiamavano Tomesha, un nome che ben si addice al deserto della Death Valley dove non ci si sorprende tanto quando il termometro raggiunge i 57 gradi. Una terra degli estremi, scavata nella superficie terrestre, che tocca il livello più basso delle terre emerse dell’emisfero occidentale, ma che risale sino a superare i 1650 metri ed è circondata lateralmente da alcune delle montagne più alte del continente americano. Duecentoventicinque chilometri di lunghezza che sono un’alternanza di formazioni rocciose, di pianure saline, di canyon levigati dalla continua erosione pur essendo nello stato della California, a pochi chilometri in linea d’aria dalle spiagge tutte muscoli e bellezza di Baywatch, di Venice e Santa Monica. Nonostante il clima inospitale e la desolazione non c’è da stupirsi che questo deserto sia diventato uno dei parchi nazionali e dei siti protetti più visitati degli Stati Uniti, grazie, anche, ad una certa dose di coraggio di impavidi visitatori. Anche perché i rangers ammoniscono sui pericoli incombenti e mortali della disidratazione, dell’uscire dalle piste principali, degli incontri spiacevoli con scorpioni, serpenti e vedove nere e del guidare su strade dove la visibilità è sì possibile fino a centinaia di metri e le auto si contano su una mano, ma dove paradossalmente la principale causa di morte sono gli incidenti stradali. E per essere meglio compresi sul giornalino che fa da guida al parco sono sempre gli autorevoli rangers a riportare i casi di turisti che non hanno seguito i loro consigli e hanno perso la vita, concludendo con una frase che fa da monito: «Dobbiamo imparare a rispettare il deserto per divertirci restando in salute».
Perché c’è deserto e deserto. C’è quello che si è abituati a conoscere e ad affrontare, con le dune di sabbia, le oasi, le palme, i miraggi formato cartolina. E poi c’è questo, uno spazio che sfuma ai confini della sopravvivenza, un girone infernale ricco di macabre suggestioni, al punto che qualcuno un giorno ha battezzato uno dei punti più pittoreschi all’estremità meridionale della Death Valley proprio «Dante’s View» e la distesa di pinnacoli di sale cristallizzato dove si sente persino il rumore del sale che si contrae e si espande «Devil’s Golf Course», campo da golf del diavolo (ma lo sport non c’entra, anche se in questo vuoto assoluto esiste persino un 18 buche davvero unico, il più «depresso» del mondo, situato a 65 metri sotto il livello del mare). Non è l’unica sorpresa della Death Valley, tra il Golden Canyon dalle pareti color senape ma ricche di argilla rossa che gli indiani utilizzavano come pittura per il volto, e l’Artist’s Palette, colline multicolori create da depositi di cenere vulcanica simili, appunto, alle sfumature care ai pittori, tra le uniche dune di sabbia, le Sand Dunes a forma di mezzaluna e costellate di alberi di mequite di cui si nutrono il ratto canguro e la lucertola, e i crateri vulcanici di Mojave Desert, alcuni larghi quasi un chilometro. Anche Michelangelo Antonioni ne rimase attratto e a Zabriskie Point, uno dei punti più panoramici che prende il nome dal direttore degli impianti boraciferi della Valley, nel 1970 girò uno dei suoi film più simbolici, quello sull’amore tra una ragazza borghese e uno studente ribelle di Los Angeles, accusato di aver ucciso un poliziotto, che ruba un aeroplano per andare alla ricerca della libertà. Una libertà che qui è facile provare e trovare, inseguendo anche quasi i miraggi. Come quello che appare e scompare percorrendo la strada che porta a Furnace Creek (inutile spiegare il perché di questo nome): è la distesa di Badwater, simile ad un mare dai riflessi lunari, e che invece è un letto di acqua mineralizzata in evaporazione sul quale si può persino camminare, chiamato così dopo che un minatore si fermò con il suo mulo per farlo abbeverare e dissetarsi egli stesso e, accorgendosi che l’animale si rifiutava di bere, scoprì che l’acqua era velenosa, era cattiva appunto, come dice il nome.
Così come sembra un miraggio il grandioso castello in stile moresco che appare all’improvviso all’orizzonte, lo Scotty’s Castle, all’estremo Nord del deserto e che prende il nome da un estroso personaggio, il cercatore d’oro Walter Scott, uno che amava talmente questi luoghi da cambiarsi ad un certo punto persino il suo nome in Death Valley Scott. Un giorno riuscì a convincere con i suoi racconti ricchi di fantasia un ricco magnate delle assicurazioni di Chicago, Albert Johnson e si fece seguire a ovest, in questo deserto dicendogli che sicuramente avrebbero trovato il prezioso metallo. Johnson partì con lui, l’oro ovviamente non si scovò mai, ma restò incantato dai posti, dal clima asciutto e soprattutto da Death Valley Scott e nel 1922 decise di costruire un maniero simile ad una fortezza legionaria che costò 2 milioni 400 mila dollari e venne edificato da artigiani fatti arrivare appositamente dall’Europa e da molti nativi americani. «Mi ripaga con le risate», diceva Johnson per giustificare un investimento che non gli rendeva, e per questo lasciò scritto che anche dopo la sua morte Scott potesse vivere tra le mura del castello con il suo cane Windy, come fece fino alla sua scomparsa. Proprio qui dove il tramonto assume le sfumature del fuoco e la luna, diceva, era a portata dei sogni di ognuno.