Della Valle-Ricucci, veleni tra «ragazzotti»

Francesco Casaccia

da Roma

Nessuna tregua, nemmeno nel week-end. Dopo gli attacchi di Montezemolo, ieri è stato il turno del patron della Tod’s: Diego Della Valle lancia altri siluri contro Stefano Ricucci. L’immobiliarista romano replica. L’industriale calzaturiero controreplica. Come se non bastasse, scende in campo anche l’altro re del mattone capitolino, Danilo Coppola, mentre sullo sfondo prendono posizione partiti e sindacati. Insomma, la vicenda sta assumendo i toni del classico tormentone estivo dell’alta finanza.
Della Valle apostrofa Ricucci sulle pagine di Repubblica come «un’invenzione di mezza estate; un ragazzotto che ha fatto il passo più lungo della gamba». L’imprenditore marchigiano se la prende anche con il premier Berlusconi colpevole, a suo avviso, di aver indirettamente sdoganato l’immobiliarista romano. Ricucci non ci sta e invoca «chiarezza sul ragazzotto anziano Diego Della Valle». Un industriale che definisce «poco trasparente e che non è nemmeno riuscito a raggiungere una posizione di leadership nel suo campo: le scarpe. Non capisco - aggiunge - come il ragazzotto anziano possa continuare a parlare di alta finanza e trasparenza in settori che non gli competono». Poi Ricucci dà un po’ di numeri sul gruppo di Della Valle: capitalizza 1,2 miliardi di euro ed è controllato al 70% da Diego e dal fratello. Questo significa, spiega Ricucci, che «possiede un patrimonio di circa 700-800 milioni di euro, come famiglia Della Valle». L’immobiliarista ricorda che esistono gruppi «più importanti e dinamici» e cita l’esempio della Geox che «capitalizza 2 miliardi di euro». Sulla Dorint, la finanziaria lussemburghese di Della Valle (controlla il 4,99% della Bnl, il 3% della Rcs e lo 0,50-0,70% di Mediobanca), Ricucci si chiede perché «detiene queste partecipazioni in Lussemburgo e come ha fatto ad acquistarle. Perché blatera di trasparenza e non le conferisce alla sua holding italiana?». Infine, ricorda che i bilanci del suo gruppo sono «certificati dalla Price Waterhouse Cooper, anche se formalmente ciò non è dovuto in quanto il mio gruppo non è quotato in borsa».
La risposta di Della Valle non si fa attendere. «Quello che la mia famiglia possiede - precisa - è frutto di 50 anni di lavoro duro, onesto e soprattutto trasparente. Qualunque organo dello Stato che ne abbia titolo - prosegue - può verificare quando vuole la nostra situazione e da noi sarà considerato benvenuto». Della Valle conclude rinnovando la richiesta di «chiarezza assoluta sulla provenienza dei patrimoni di questi personaggi apparsi dal nulla, dei loro sodali e di tutti i movimenti finanziari a loro riconducibili».
Tra i due litiganti si mette Coppola e i toni non cambiano: «L’intervento del dottor Diego Della Valle esterna viva sorpresa e una punta di indignazione su quella che è stata una constatazione oggettiva e distaccata del premier Berlusconi». Coppola è stupito: la presa di posizione di Della Valle per lui «è insensata» e viene «professata da un uomo che, ripercorrendo le proprie vicende imprenditoriali, dovrebbe anch’egli definirsi non serio, per una così giovane militanza imprenditoriale». Dopo aver toccato la vicenda in cui Della Valle «ha strappato la Fiorentina a Cecchi Gori, in un modo che farebbe arrossire anche un lanzichenecco, per poi presentarsi in Federcalcio perorando nuove teorie ed essere messo gentilmente alla porta», Coppola dà la stoccata finale definendo Della Valle «uomo di Prima Repubblica che ha attaccato il proprio carro nel salotto cosiddetto buono di cui si professa fanatico militante».
Anche i sindacati si schierano. Savino Pezzotta (Cisl) dice di diffidare di Ricucci, è preoccupato per «questo continuo assalto ai giornali» e contesta «il capitalismo della rendita». Adriano Musi (Uil), spiega che «in un mercato privo di regole è chiaro che alla fine i più furbi cercano di occupare più spazi possibili». La politica si divide. Giuseppe Giulietti (Ds) avvisa che dietro il tentativo di concentrare ulteriormente la proprietà nel settore editoriale c’è un’unica realtà: «mettere sotto tutale definitiva il Corriere della Sera». Pietro Armani (An) difende Berlusconi: il quotidiano di Via Solferino «non è un’istituzione pubblica né un monumento nazionale come il Colosseo, quindi può benissimo essere scalato». Enrico Letta (Margherita) si schiera con Della Valle: «Vendere case non basta per essere considerati una speranza del capitalismo italiano. Siamo in presenza di una vicenda in cui la parola chiave è opacità».

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