Vallettopoli bis, la "schedatura" spaventa i vip

Prosegue l’inchiesta del pm Di Maio sul sistema dei "ritiri" di foto
compromettenti. Spuntano delle intercettazioni. L’avvocato di Corona: "C’è un archivio gigantesco di scatti proibiti. Il Garante deve far
distruggere quel materiale"

Milano - Il maresciallo dei carabinieri Egidio Colomba comanda una piccola stazione di periferia, in via Copernico, quasi a ridosso del tunnel della Stazione Centrale di Milano. Il dorato mondo dei vip e degli yacht, dei politici deboli e delle starlette prezzolate sembra lontano anni luce. Eppure è in questa stazioncina dell’Arma che nasce l’inchiesta bis su Vallettopoli, quella che - nonostante i tentativi volonterosi della Procura di distrarre l’attenzione dei media - sta continuando a produrre indiscrezioni su indiscrezioni: alcune scontate, alcune verosimili, alcune addirittura clamorose. Come quella pubblicata l’altro ieri dal settimanale Oggi, secondo cui tra i personaggi paparazzati (prima) e ricattati (dopo) ci sarebbe anche un dirigente sindacale di primo piano.

Ieri fonti ufficiose della Procura smentiscono, ma è una smentita che lascia il tempo che trova perché la linea ormai è smentire tutto. Peraltro, il settimanale del gruppo Rcs conferma senza tentennamenti la rivelazione che ha innescato un febbrile tam tam di ipotesi sulla identità del sindacalista finito nei guai. Nebbia fitta, insomma, l’unica certezza è che l’inchiesta - in sordina, quasi clandestinamente - va avanti. Interrogatori sono stati fatti nei giorni scorsi, ed altri ne verranno fatti ancora. Ma al riparo dalle telecamere, in una caserma dell’Arma. A fare gli onori di casa, il maresciallo Colomba.

Il maresciallo Colomba gioca un ruolo decisivo in questa indagine. È da lui - e non dalle esternazioni di Fabrizio Corona dentro e fuori dall’aula dove era in corso il suo processo - che parte questa seconda indagine sull’allegro tourbillon di scatti rubati e riscatti pagati. La genesi sta in una serie di intercettazioni telefoniche che Colomba aveva in corso nell’ambito di tutt’altra indagine, probabilmente per spaccio di droga, e dove sono emerse casualmente una serie di chiacchierate che portavano invece verso il mondo dei giornali di gossip e dei paparazzi. A quel punto il pubblico ministero Frank Di Maio ha iniziato a incrociare quegli elementi con alcuni filoni laterali dell’inchiesta a carico di Corona. Ed è partita l’indagine bis.

È una indagine, va ricordato, cui dopo i fuochi d’artificio iniziali il capo della Procura milanese, Manlio Minale, ha imposto una sorta di silenzio-stampa. Basta interrogatori in Procura, basta sviluppi raccontati in diretta dai tg. Ma lo scoop di Oggi conferma che tutto è stato inutile. Così ieri mattina il pm Di Maio viene convocato dal suo superiore diretto, il procuratore aggiunto Edmondo Bruti Liberati, ed insieme vanno a chiudersi nella stanza del capo.

Probabilmente si affronta l’esigenza di blindare ulteriormente le attività di indagine per evitare fughe di notizie. Ma è possibile che sia stata affrontata anche la questione giuridica che incombe su tutta la vicenda: quale reato è configurabile dal comportamento dei direttori di giornale che - secondo il racconto di alcuni testi - facevano sparire dalla circolazione molti scatti compromettenti?

I direttori, almeno per quanto se ne sa, non incassavano tangenti su queste operazioni. L’utile cui puntavano è un utile semmai di potere e di relazioni. Quindi è possibile che almeno questa prima fase dell’inchiesta scorra senza che i numeri uno delle testate finiscano formalmente sotto accusa. Ma il difensore di Fabrizio Corona, l’avvocato Giuseppe Lucibello - che di questa inchiesta sa sicuramente molte cose - affronta il tema da un altro punto di vista: «Qui il tema non sono i ricatti veri o presunti. Qui ad emergere fin d’ora con chiarezza è che con il sistema dei ritiri, cioè delle foto comprate e non pubblicate, si è potuto creare nel corso degli anni un archivio gigantesco e fuori da ogni controllo, dove i dossier fotografici vengono custoditi in attesa di essere tirati fuori al momento più opportuno. Questa è una attività di schedatura vera e propria che non è accettabile, perché mette perennemente a rischio le vittime e consegna un potere quasi assoluto a chi detiene le chiavi degli archivi. E fin quando il Garante non metterà dei limiti, ordinando che oltre un certo numero di anni il materiale deve andare distrutto, scalfire questo sistema rischia di essere impossibile».