Valloni e fiamminghi uniti in nome della birra

Il doppio effetto del «new deal»: pacificare, in affari e relazioni, le due anime del Belgio

(Da Anversa) «Geloof me, mi creda: lei non sa quanto ci somigliamo». Non ha dubbi Annik Vogeleer mentre spilla una lambic in uno locali di Groenplaats. «Come voi non abbiamo avuto un governo a lungo; come voi fra nord e sud, facciamo sogni e prove tecniche di separazione, ma poi troviamo sempre un accordo». Con una bionda doppio malto è tutto più facile se è vero che, proprio davanti all'«oro» ambrato di una pinta, fiamminghi e valloni riescono perfino a parlare la stessa lingua.

Benvenuti ad Anversa l'altro Belgio, quello delle Fiandre, elegante e vivace che da secoli sa che l'importante per andare d'accordo è avere una buona idea: te lo spiega Michel Moortgat, patron di quarta generazione, a capo del gruppo Duvel, quel diavolo di birra che - tastes like heaven brewed on earth - sa di paradiso, ma è fatta in terra. «Un giorno mi trovai un gruppo di monaci, quelli delle leggendarie birre d'abbazia, alla porta dello stabilimento: Abbiamo le idee, ma non più i mezzi, continua tu». Il progetto di fare una «federazione» di birre che non cannibalizzasse marchi storici, pur fuori mercato è risultata vincente: così è rinato nel centro di Anversa De Koninck, altro brand d'epoca. Così è giunta, nel 2006, dalle Ardenne vallone e francofone, la storia tutta boschi e nanetti del marchio Chouffe: prodotta in un villaggio di 32 anime, quando arrivò il primo ordine dal Canada, l'intero villaggio si mise a imbottigliare rosse e bionde. Ma non poteva durare: anche loro sono stati adottati dai fratelli maggiori e fiamminghi e ora vanno d'amore e d'accordo. Lo scorso anno, poi, Duvel si è accorta, 1.038 km oltre le Ardenne, anche dell'Italia e di quel birrificio artigianale che dalle colline emiliane macinava non solo malto, ma anche premi su premi.

«Come potevamo essere meglio dei belgi - scherza oggi Giovanni Campari, alla guida del Birrificio del Ducato -? Unendo forze economiche, tecnologia e risorse umane abbiamo potuto entrambi investire su qualità e innovazione, rispettando le nostre diverse identità». Già, la pace della birra ha avuto un doppio effetto: pacificare, in affari e business, le due anime del Belgio e rinsaldare, proprio ad Anversa, l'amore per il Bel paese che va ben oltre i fumi del luppolo e il sapore del malto. La signora dei fiamminghi oggi è il vero motore del Belgio ed è diventata un polo per l'arte e per la moda che strizza l'occhio a Milano. Te ne accorgi passeggiando naso all'insù per il quartiere art nouveau dello Zurenborg o andando a zonzo per i molti musei compreso l'avveniristico Mas. Ne hai la conferma compitando le vetrine più trendy che, oltre all'idolo locale Dries Van Noten, non stonerebbero nel Quadrilatero della moda meneghino. Bruxelles - la capitale di tutti e quindi forse di nessuno - è lontana, lungo un'autostrada che, come da noi, sa regalare code epiche a ogni weekend.

Ad Anversa, invece, l'Europa non profuma di potere, ma di irriverenza: qui il quartiere a luci rosse - mesto ma molto frequentato - sta in Oudeman strasse, «la via dell'anziano» non scherzano, traducendo alla lettera. Lo zucchero nei café? Si serve ancora in zollette e zuccheriere che dai palazzi della non lontana Unione europea nessuno deve avere ancora né visto né sanzionato, mentre grande è l'affetto per l'Italia: «Nelle nostre famiglie c'è sempre un nonno o uno zio che abbia lavorato con un italiano nelle miniere di Marcinelle», ti ripetono gli ambulanti che scodellano cartocci di moule frites.

Oggi quel Belgio non c'è più, ma Anversa è così: non a caso il suo simbolo è una mano che può accogliere o respingere come fece quel Brabo, soldato romano, che - novello Davide contro Golia - tagliò di netto l'arto del mostro Druon Antigoon, gettandolo nelle acque scure della Schelda-Escaut. Il fiume dai due nomi ha fatto la storia di questa città e di gente ne ha accolta tanta, dando a tutti un'opportunità in quella città dove i mattoni rossi dei magazzini del porto si mischiano ai vetri e alla pietra grigia dei palazzi delle corporazioni che incorniciano Grote Markt, la piazza principale su cui svettano i fronzoli gotici della Onze lieve Vrouwekathedral. Quando c'è il sole tutto brilla, quando più spesso il cielo è un autodromo per le nubi,

Anversa diventa una grisaglia scura, un'«opera al nero», come nel capolavoro di Marguerite Yourcenar che racconta il Seicento a queste latitudini, tanto fertile quanto cupo. Allora il gemellaggio con l'Italia si basava soprattutto nel derby fra due versioni di uno stesso Rinascimento, quello dei paesaggi di Raffaello e degli sguardi acuti dei Van Eyck.

«Questo sarà, invece, l'anno di Rubens con mostre a lui dedicate sia qui sia nella sua casa nel quartiere del Meir dove è appena arrivato anche un vostro Tintoretto che campeggiava in casa di David Bowie», spiega Margarethe, solerte nel trovare un altro legame con l'Italia. Lei è curatrice al Plantin-Moretus, tipografia fra le più celebri e antiche al mondo dopo quella di Gutenberg, tanto che l'Unesco la annovera - una rarità fra i musei -, nel suo patrimonio. «Ci sono due tipi di belgi prosegue la studiosa -: quelli che nessuno crede lo siano come Georges Simenon, René Magritte, Jacques Brel o Eddy Merckx e quelli che non lo sono, ma che tutti pensano lo siano, come Rubens che era tedesco e il nostro fondatore, Plantin, che era francese». Entrambi fecero due calcoli perché già allora business was business: «Anversa era il centro dell'Europa con il suo porto, terzo dopo New York e Londra».

Poco dopo arrivarono i diamanti: ancora oggi l'80% del mercato dei brillanti grezzi passa dalle borse del quartiere Diamant che si allunga - soldati e occhi elettronici a ogni angolo - all'ombra della stazione centrale. A gestirlo non sono più gli ebrei che continuano però ad abitare qui, passeggiando con gli ordinati riccioli payot che penzolano da kippah o dal peloso shtreimel. Dagli anni Ottanta è tutto nelle sapienti mani degli indiani gianisti che si sono costruiti una fortuna dal nulla, rispettando i loro predecessori nel cerchio della vita e degli affari. Non sarebbe forse questo il segreto dell'Europa? Ad Anversa l'hanno capito da secoli. Di fronte a un bolleke di birra, è più facile sentirci tutti un pizzico più europei.