Valverde, il campione dei furbi smascherato con furbizia

Anche se Zapatero resta sempre convinto di averci superato in benessere e profitti, nonostante abbia ormai le pezze al sedere, un fatto è certo: gli spagnoli devono ancora studiare molto per diventare più furbi di noi. Da anni ci sta provando il loro campionissimo del ciclismo, Alexandro Valverde, ma nonostante tutti gli sforzi anch’egli deve rassegnarsi: gli italiani restano più furbi persino di lui. Lunedì prossimo la nostra giustizia sportiva lo aspetta alla sede del Coni, Roma, per contestargli quello che per troppo tempo, nel silenzio codardo e servile di mezzo mondo - compresa tanta stampa italiana - ha sempre abilmente schivato: il doping.
Certo gli va riconosciuto: la sua furbata resta d’autore. Una furbata storica. La riassumo in estremissima sintesi, perchè già troppe volte l’ho inflitta al pubblico. Operacion Puerto, sempre lei, sempre quella che ha affossato Basso e Ullrich. Tra le sacche di sangue amabilmente manipolate dal ginecologo alchimista Eufemiano Fuentes ce ne sono alcune denominate in codice «Valv-Piti». La domanda non è delle più difficili: di chi possono essere, considerando che Valv somiglia molto all’inizio del cognome Valverde, che lo stesso Valverde ha un cane dal nome Piti, che in tutta l’inchiesta i corridori si nascondono dietro i propri cani, e che lo stesso dottor Fuentes è stato per anni il medico sociale della squadra di Valverde? Se alla fine di questa domanda qualcuno riesce ancora a rispondere che le sacche sono di Balmamion o di Pambianco, è chiaro, ci si mette a ridere. Eppure, gli spagnoli così - più o meno - rispondono. Nel senso che non si prendono nemmeno la briga di affrontare il caso: per loro, le sacche «Valv-Piti» possono essere tranquillamente dello Spirito Santo. Non però del loro campionissimo. Tant’è vero che continuano imperterriti ad esaltarne le gesta, come quando - ad avversari squalificati - lui ineffabile vince gare tipo Liegi-Bastogne-Liegi. La cosa più rivoltante è che dietro al coro degli spagnoli, per lungo tempo, c’è anche quello di tanti italiani, i quali non trovano niente di ingiusto, niente da ridire, nel vedere Basso e Ullrich (giustamente) massacrati e Valverde in giro per vittorie.
Per fortuna, non tutti gli italiani sono beoti e conigli. Ce n’è qualcuno che ancora conserva l’uso della ragione, ma che soprattutto conserva un alto senso della giustizia. Fra questi, gli inquirenti del Coni. I quali, sin dall’inizio, non si accontentano di impallinare Basso. Di fronte all’evidenza delle sacche «Valv-Piti», mettono mano su quei campioni di sangue (corretto Epo), grazie alla collaborazione della polizia spagnola. Quindi, sanno aspettare.
Ovviamente Valverde gira alla larga. Non si farebbe mai interrogare in Italia. Furbo, lo spagnolo. Ma neppure noi siamo tordi. La trappola scatta il 21 luglio scorso, quando il Tour sconfina in casa nostra, a Pratonevoso. Il popolare Valverde non può certo fermarsi alla frontiera. Come un sorcio, ci cade in bocca: il Coni gli fa un simpatico prelievo e procede al controllo incrociato. Il risultato è di un’evidenza solare: confrontando i campioni, è possibile dimostrare che il sangue della sacca «Valv-Piti» appartiene certissimamente a Valverde. Ma va?
Ora la resa dei conti: finalmente, Valverde deve rispondere di doping. Il Coni lo farà nero, schiacciandolo con le prove, quindi lo girerà per competenza tre le grinfie della Federazione internazionale (Uci) e della Wada, l’implacabile organismo antidoping mondiale, che già da tempo gli sta alle calcagna. Forse, chissà, un giorno potremo davvero mettere un punto alla scandalosa furbata di Valverde, con una sonora squalifica. Quel giorno, finalmente, si potrà dire che giustizia è fatta. E che gli italiani, nonostante tutto, continuano a restare molto, ma molto più furbi degli spagnoli.