Il "Valzer" di Maira meritava un giro in prima categoria

<strong>LA CRITICA DI MAURIZIO CABONA</strong> Se di dovesse premiare
un volto, non un'interpretazione,
quello di
Pilar López de Ayala, sorta
di Beatrice dantesca in El la
ciudad de Sylvia (&quot;Nella città
di Silvia&quot;) di José Luis Guerin
(in concorso), avrebbe
buone possibilità. Più problematico
che sia premiato il
film

Se di dovesse premiare un volto, non un'interpretazione, quello di Pilar López de Ayala, sorta di Beatrice dantesca in El la ciudad de Sylvia («Nella città di Silvia») di José Luis Guerin (in concorso), avrebbe buone possibilità. Più problematico che sia premiato il film, salvo che in giuria ci sia una maggioranza di devoti alla prima nouvelle vague, tanti sono i film di Godard, Rohmer, Malle e Truffaut, più un tocco dell'ultimo, stanco Garrel, che il regista spagnolo dimostra di aver interiorizzato. Si conferma che chi troppo conosce la storia del cinema è incapace di innovarla; è capace invece di annoiare chi non voglia reperire i suoi vari «omaggi», che meglio sarebbe chiamare prestiti o plagi. Che un ragazzo (Xavier Lafitte) ciondoli per Strasburgo, che scruti le ragazze, che ne pedini una dal viso pulito e malinconico (la quasi sempre silenziosa López), credendola una certa Sylvie, che nel film mai si vede, passi. Ma questo è lo spunto per un cortometraggio, non per un film da un'ora e mezzo. Guerin si diverte perfino a mettere lo spettatore su una falsa pista, comefosse Hitchcock, facendo credere che l'innocente molestatore sia un assassino seriale. Ma è uno scherzo. Comunque il film è di coproduzione francese e a Parigi, oltre che alla pro loco di Strasburgo, ci sarà chi l'andrà a vedere.

Altro film italiano ieri (ma non in concorso: nelle Giornate degli autori) è stato Valzer di Salvatore Maira. Migliore dei due che finora hanno modestamente rappresentato i colori nazionali, Valzer meritava visibilità più di loro. Non macera le parti intime dello spettatore con un professionista, un usuraio e un parricida, come Nessuna qualità agli eroi; non dà un banale sviluppo alternativo ai Cento passi, come Il dolce e l'amaro. No, Valzer propone squarci di società meno frequentati dai nostri soggettisti: gli ambienti del denaro e del calcio corrotto. Ahimè, li pone in inutile contrasto con un diseredato ed ex carcerato (Maurizio Micheli), che per anni ha scritto a una cameriera (Valeria Solarino), credendola la figlia, che invece di lui non voleva più sapere. E lo fa con enfasi didascalica, fra personaggi che declamano miseria morale e la ricchezza materiale, per farsi subito riconoscere come cattivi. Ma Maira almeno batte piste nuove e samuovere la macchina da presa, in piano sequenza per lo più. Impresa notevole, considerando tempi e costi esigui che doveva imporsi.