Vampiri improvvisati sul palcoscenico

Michele Greco

Una estemporanea teatrale «Per favore baciami sul collo» (tratto dal film di Roman Polanski «Il ballo dei vampiri») ha riscosso un buon successo in via Celsa 5, in occasione dell’inaugurazione della mostra di Giancarlo Benedetti Corcos «Dal dis-ordine all’armonia», curata da Elise Desserne. Anche la piccola commedia è scritta e diretta da Corcos che si è improvvisato per l’occasione attore, «folleggiando» in un minuetto ballato dalla giovane compagnia. Sarebbe passato inosservato l’allegro dramma di un gruppo di vampiri in amore, se non fosse che gli attori recitavano, non solo per la prima volta insieme, ma erano stati anche «raccolti dalla strada», occasionalmente fermati e scritturati dallo stravagante artista di via dei Cappellari. Nessuna prova, un severo e imperativo incoraggiamento, e via sul palcoscenico a raccogliere gli applausi degli spettatori richiamati dall’insolito evento. I gioiosi vampiri erano rappresentati da Giorgia Salari, Stefano Massetti, Stefano Virgilio, Marina Salari, Leonardo Rastelli, Pietro Galiena, con i costumi di Adelaide Innocenti, foto di Anna Milano e l’efficace e convincente trucco di Marie Sioberg. La tecnica del suono è stata affidata ad Andrea Mancuso, al flauto Adriano Pischiutta.
Un buon incoraggiamento, Giancarlino Benedetti Corcos, lo ha avuto da una colonna del «Foglio» di Ferrara a firma Jeff Israely che parla di questo stravagante «artista di strada» con un lusinghiero entusiasmo: «La via è il suo studio. Inchioda una tela vuota al muro di un edificio. La sua musa sono gli artigiani che lavorano all’aperto, la gente e i turisti che passano, gli eterni palazzi di Roma. Lui è Peter Pan, e l’antica Roma è l’Isola che non c’è. Non lascia quasi mai il suo quartiere, e ancor meno la sua città. E come i sanpietrini, le trattorie e lo stesso Colosseo... ». L’autore della simpatica commedia, delle opere appese alle pareti, si è ispirato a se stesso, alla sua vita, al suo borgo. Linguaggi artistici, facce di una stessa medaglia, riflettono l’identità di chi li adopera, di chi indossa quella medaglia ogni momento della vita e la mostra, come comunemente si mostra la propria carta di identità per farsi riconoscere.
La grandezza, se così si può definire l’estro di Giancarlino, è in quella «primitività» edotta e non più innocente, in quel proporre il suo unico maestro, silenzioso ma vivo, che è la vita. Il suo mondo si apre di fronte a ciò che deve essere rappresentato senza retorica, senza artifici descrittivi; pochi segni fedeli, colore, spazi «cavernosi e vivibili» come quelli che lui lascia incontaminati sulla tela grezza, maltrattata, spiegazzata e percorsa, anche se di nascosto, lontano dagli occhi indiscreti. Nell’opera di Giancarlino Benedetti Corcos la vita non appare, è.