VAN DE SFROOS «Il dialetto mi aiuta a raccontare la vita»

Il cantastorie del Lario: «La mia parlata si addice al blues e al country ma andrebbe bene anche col rap e l’heavy metal per inserirli sempre più nella realtà»

Eccolo di nuovo il grande cantore del dialetto dei «laghée», il bardo dialettale del comasco e dintorni, quello che sa tirar fuori l’anima della cultura folk proiettandola nel presente e rilanciandola nel futuro. Eccolo il cantautore che, se fosse cresciuto in America, sarebbe un eroe come Bill Monroe per aver perpetuato le radici popolari della musica, o se fosse in Lousiana sarebbe amato come Zachary Richard. Ma anche lui, Davide Van De Sfroos, da tempo è uscito dal ghetto e si gode la sua fetta di popolarità non solo in Italia ma ormai in mezzo mondo. Ora è in uscita il suo nuovo album dopo Acqua duulza, ma Van De Sfroos continua a fare dei concerti la piattaforma su cui dipanare il suo irresistibile cocktail di poesia, cabaret, caustica ironia, rock, blues e suoni ancestrali; domani, attesissimo dai fan sarà a Milano al Palasharp.
Come sarà il suo concerto?
«Un movimento continuo, un percorso libero da ostacoli in cui raccontare tutto ciò che mi passa per la testa. Non ci sarà scaletta; farò cover di De André, Psycho Killer dei Talking Heads, Jesse James nella versione dei Pogues e altre sorprese. Naturalmente i miei fan vogliono ascoltare i miei classici che eseguirò puntualmente».
Ormai da tempo la sua musica ha sfondato, non è considerata solo un fenomeno dialettale.
«Per tanta gente il dialetto è un linguaggio di serie B, un modo per ricordare il bel tempo che fu e tirar fuori un bottiglione di rosso e le carte, e in parte è anche questo. Ma per me il dialetto è vita, io lo uso come un linguaggio rabbioso e moderno in cui inglobo il blues, il country ma in cui metterei anche il rap e l’heavy metal per inserirlo sempre più nella realtà».
Passato anche il tempo in cui la consideravano leghista.
«È stato un giochino facile per la stampa classificarmi leghista. Dialetto uguale Lega, poi il mio humus è il nord... Comunque dico ciò che penso al di fuori della politica. Tutti hanno capito che non mi interessano le bandiere o le bandierine».
Anche le sue canzoni sono cresciute molto.
«Per fortuna sono in continua evoluzione, basandomi sulla mia sensibilità e sui musicisti che mi hanno ispirato. Pur cantando il mio mondo ho scritto anche di New Orleans e ho dato voce ai minatori per fare solo due esempi».
Che spaziano da Dylan a Celentano.
«Dal blues di Robert Johnson a Nicola Di Bari, dai Clash a Pete Seeger e Woody Guthrie. Non bisogna vergognarsi dei propri riferimenti musicali: in fondo siamo tutti figli di Dylan, Neil Young, Tom Waits. Tutto nasce da lì. Poi sta a noi personalizzare il discorso».
È in arrivo un nuovo album?
«A proposito di personalizzazione, anche questi nuovi brani nascono da personaggi che conosco o che ho conosciuto, da emozioni e storie vere».
Come vede il mondo della musica?
«C’è molto movimento nonostante la crisi del disco. L’importante è muovere l’aria, farsi sentire, dare spazio ai giovani. Ci sono tanti gruppi punk interessanti, tante band sperimentali da noi e poi cantautori geniali come Caparezza o Capossela che, da punti di partenza differenti, allargano continuamente i nostri orizzonti».
Davide Van De Sfroos
domani ore 21
Palasharp via Sant’Elia 33
ingresso: 11 euro