Van de Sfroos: "I miei eroi punk tra il lago di Como e il Mississippi"

L’artista pubblica il cd "Pica!" che mescola dialetto lacustre e blues americano e prepara un megaconcerto al Forum di Assago

Milano - «Io non ho inventato niente, ho soltanto messo insieme due mondi apparentemente distanti - il lago di Como e l’America del Mississippi e della Louisiana. Che cos’hanno in comune? Non certo la musica, ma le storie e i personaggi sì». Con inconfondibile accento «laghèe», Davide Van De Sfroos racconta Pica! il suo nuovo bellissimo cd a tinte forti che unisce il dialetto lacustre e i suoni della tradizione americana. «È un percorso incrociato; da ragazzo ascoltavo la musica di Neil Young, Ry Cooder, Bob Dylan e, al Circolo Fratellanza di Mezzegro, dove c’era il primo Tv color, guardavo i western, Tom Horn con Steve McQueen, Un tranquillo weekend di paura, i film di Peckinpah. E con me c’erano contrabbandieri, cacciatori, l’ortolano del paese, e le loro facce e le loro storie erano simili a quelle che vedevo in Tv, così ho cominciato a raccontarle».
Un percorso ormai lungo e ricco di successi che in Pica! trova la sua forma più profonda e matura. «Pica significa picchia! Il minatore picchia sulla roccia, la morte picchia sulle nostre teste, l’uomo picchia la testa contro i suoi sogni, picchia è la parola d’ordine di chi spera in qualcosa di meglio». In brani come Il minatore di Frontale dall’incedere afro, La ballata del Cimino a tempo di bluegrass, L’Alain Delon de Lenn dai vaporosi ritmi rock sudisti, Van De Sfroos celebra l’epica della vita di tutti i giorni. «Canto storie di vita vissuta. Io li vedo veramente questi personaggi, non li invento come Salgari o Stephen King. Per i media un ribelle è il punk con la cresta, per me lo è il Cimino, contrabbandiere d’altri tempi. Oppure i minatori di Frontale; sono andato a conoscerli e alla fine hanno voluto che firmassi loro le fotografie. Non perché io sia una star, ma perché ho riportato alla luce la loro missione». Un grande - e ironico - cantore della realtà ma anche un difensore dei deboli? «Soprattutto uno che vuol salvare tradizioni che vanno scomparendo. Sono un antropologo mancato, un mezzo archeologo o forse uno sciamano che vive il mondo che canta e canta il mondo che vive, e ogni giorno mi rendo conto sempre più di quanto il lago stia scavando dentro di me».

Un cantautore che ha portato il folk dialettale all’attenzione internazionale. «In senso stretto sono un cantautore, anche se mi vedo come uno strano ibrido. Mi sento vicino a Woody Guthrie, che andava in giro con la sua chitarra a suonare per tutti; ho cominciato così, salivo sulla corriera, tiravo fuori la chitarra e dicevo: ”adesso vi canto questa“. Mi prendevano per matto, ma capivo che erano fieri che cantassi la loro vita».

Caspita, un duro e puro che non accetta compromessi, che pubblica il suo album proprio nei giorni che precedono Sanremo. «Non demonizzo il Festival, anche a me piace vendere dischi. Solo che non m’interessa mettermi in gara. Io di giorno sto in studio di incisione e la notte la passo con gli amici ad ascoltare ciò che ho scritto e a criticarlo». Al di là dell’ironia e della trasgressione, Van De Sfroos crede nella forza di aggregazione dei suoni popolari. Un tempo gli davano del leghista, ma lui si è tolto rapidamente la giacchetta di qualunque partito per gridare ai quattro venti la sua libertà di artista. «La sfida è esibirsi nei luoghi dove sono diversi da te. Sono stato a New York, ma dopo un po’ mi mancava il cielo e il lago; a New Orleans invece sembra di essere a Como, tutti ti parlano per strada e c’è musica dappertutto. Poi c’è il Voodoo, quello vero, che assomiglia a certi riti magici che si fanno dalle nostre parti. Poi sono felice perché ho cantato con successo per An, per i comunisti, per Cl e per tante Onlus. Dalla politica sto lontano. La vedo come una barca con quattro rematori, che invece di salvare le persone a bordo si prendono a remate in testa. Basterebbe un po’ più di rispetto gli uni per gli altri: non dico di aiutare le vecchiette ad attraversare la strada, ma almeno di non investirle sulle strisce». Mentre prepara il suo concertone del 19 aprile al Forum di Assago («voglio radunare tutta la mia gente») ha un ricordo per altri giganti che lo hanno formato come artista. «Celentano, che nonostante tutto ha ancora il coraggio di continuare a cambiare e di mettersi in gioco, Paolo Conte che ogni disco è sempre più bravo, De André e Fossati che hanno sempre trattato grandi temi e poi gli inimitabili fuorilegge Johnny Cash e Kris Kristofferson».