Van de Sfroos: "Non stupitevi della mia fede"

"Come Bennato e i Pooh suono alle feste politiche ma non porto nessuna bandiera"

Rimini - Al di là dell’ironia e della trasgressione, Davide Van de Sfroos crede nella forza di aggregazione della canzone popolare. Crede nel divertimento ma anche nella ricerca autentica delle radici, della propria spiritualità e della dignità della vita. Lo fa con ballate dedicate ai minatori come Pica! o con il commovente inno di redenzione 40 pas che stasera eseguirà in concerto al Meeting di Rimini. «Le vie del Signore sono infinite ma anche i suoi commandos - dice il cantautore dialettale che ha conquistato mezzo mondo -; ovvero la fede si manifesta in mille modi». Parole preparate apposta per il festival di Cl? No di certo, ché Van de Sfroos non è tipo da farsi tirare per la giacchetta dai partiti. In questi giorni Bennato va’ da An, i Pooh dal Pd e lui gira un po’ ovunque. «Sono felice quando vedo qualcuno che sale su un palco senza preclusioni su chi organizza. Io sono portavoce delle mie canzoni. Non appartengo a nessun partito ma chi viene ad ascoltarmi ha qualcosa in comune con me. La bandiera è un’altra cosa. Tempo fa sono stato ad una festa di An dove parlava Capanna, s’è divertito con le mia musica, ci siamo abbracciati ma io non sono mica comunista. La sfida è esibirsi dove sono diversi da te».

E la fede? «Sono cristiano e ho sempre pregato, a volte in modo tradizionale, a volte non convenzionale perché non sono un notaio della preghiera. La fede è una strada da percorrere cadendo, sbagliando, ricominciando; non è un’aureola che ti viene messa in testa all’improvviso. La fede è ovunque; un balordo come il mio Alain Delon de Lenn che dà consigli ai ragazzi, a volte è più ascoltato di un prete». Rock e religione vivono spesso un rapporto conflittuale. «Nel rock c’è il Diavolo ma anche Gesù. Per esempio c’è in tutti i brani di Dylan; non solo in quelli del periodo mistico. Anche in pezzi tragici come Romance in Durango c’è sempre una forma di speranza». E se Gesù fosse un musicista che volto avrebbe? «Fisicamente credo assomigli a Kurt Cobain, carismaticamente e per il messaggio potrebbe essere Bob Marley». E Van de Sfroos, con il suo canto da elfo invasato, è il suo ultimo profeta. «Non esiste un repertorio per il Meeting; ovvero prediligo brani intensi e riflessivi come 40 pas, Il costruttore di motoscafi, Il minatore di Frontale che parlano dell’uomo e della sua essenza, Pica! ovvero “picchia“, la parola d’ordine di chi spera in qualcosa di meglio, perché il minatore picchia sulla roccia, l’uomo la testa contro i suoi sogni e la morte sulle nostre teste. Però al di là dell’ironia anche La ballata del Cimino, di uno che ha passato la vita a fare il contrabbandiere per poi aprire un bar, ha una sua morale e un sapore straordinario ma vero». Tra dialetto comasco e blues, tra ricordi di Celentano e De André mischiati a Woody Guthrie e Robert Johnson, Van de Sfroos canta le gioie e le miserie del mondo guardandolo dritto negli occhi. «Siamo al massimo della tecnologia ma coi sentimenti siamo ancora alla clava. Sappiamo come salvare una vita ma poi ci sono genitori peggio dei boia. E la tv non aiuta; sempre sfide, gare, lotte per prevalere, ora c’è persino la botola che simula l’impiccagione. Eppure basterebbe poco: non dico di aiutare le vecchiette ad attraversare la strada, ma almeno di non investirle sulle strisce».