Prima Van Gogh, poi solo una copia Ma Ronaldo vince anche se perde

da Milano

Massì diciamolo: il rossonero lo rende un po’ più grassottello del neroazzurro, che tende a farti un po’ più sfilato. Ma poi? Poi gli interisti gli hanno scritto: Ronaldo pagliaccio. E lui non li ha fatti ridere. Qualcuno non ha capito niente. Dopo 39 minuti il popolo della tribuna è entrato in stato confusionale: quello tira fuori il sinistro e tutto sembra tornato ai vecchi tempi. Interisti. Traditore e castigatore. Forse troppo. Chi aveva più voglia di sfogarsi con i fischi? Ronaldo si è messo le mani all’orecchio. Come dire: allora? «No, era solo un segno di felicità», ha risposto poi.
Suvvia, uno sberleffo da derby. Ronie ha subito il brutto e il bello. Si è affacciato in campo per il riscaldamento è sono stati fischi: un uomo solo non ancora al comando. Ma di certo contro tutti. Lui corricchiava, calciava, faceva ginnastica e quelli a ululare dalla tribuna: 60mila tutti in coro, rabbiosamente. Ci vuol fegato e, questo, Ronie ce l’ha solido. Quanto il conto in banca. La faccia era un po’ terrea, per quanto possa esserla quella di un brasiliano di pelle caffelatte. «Sapete», ha spiegato, «si è parlato troppo della mia presenza in questa settimana». Vicino a lui Gattuso: una corsetta e una pacca. Quasi a dirgli: forza Ronie, vedrai che passerà. Proprio lui, il Ringhio che in un derby passato gli avrebbe morsicato il piede.
Poteva essere l’inizio di un derby da camminata su un tappeto di chiodi e, invece, i chiodi si sono trasformati in petali, poi in lingue di fuoco, infine in raggi di speranza. Ronaldo ha dribblato fischi e insulti, un «vaffa!» gridato di cuore e le maledizioni di Moratti talvolta intuite, talaltra lette tra un gesto dell’ombrello e un labiale identificato. Ronaldo laggiù ha incassato, ha visto quello striscione che enumerava tutti i traditori del cuore nerazzurro ed avrà pensato di essere in buona compagnia. Solo alla fine si è sfogato: «Qualcuno ha esagerato, hanno attaccato la mia famiglia. Ma non ci si può aspettare molto da persone stupide». Troppo anche per uno abituato alle contestazioni di Madrid.
Ieri Ronie è stato un Van Gogh per qualche attimo. Poi la copia di un Van Gogh: solo apparenza, non sostanza. Emozionato. «Per qualche secondo, perché il derby è sempre il derby». Ha segnato («Il gol è uscito bene»), gelato e congelato uno stadio. Ha risegnato, ma era in fuorigioco. Ha regalato a Gattuso l’assist del buon ricordo. Ha giocato un tempo, nell’altro ha guardato, preso qualche botta, ha scoperto che Ibra fa rima con Ronie per il tifo interista: bello, spavaldo, rassicurante. Ronie aveva il sorriso da Bugs Bunny, Ibra ha lo sghignazzo da genio del male. Dunga, il ct del Brasile, ha appena detto che quelli dello svedese sono piedi brasiliani. Ronaldo ha cercato nei suoi briciole di quel fenomenismo che lo ha accompagnato in giro per il mondo. Chi non ha capito niente, tiene in tasca il santino di quel Ronaldo che arrivò a Milano. Lui, che ha capito tutto, dispensa sprazzi di antico splendore e mette nel conto i fischi di chi vorrebbe giocasse per quanto viene pagato. Ma questo è il Ronaldo del viale del tramonto, quello che ha chiesto la maglia a Figo e Materazzi. Come raccogliesse gli ultimi souvenir. Quello che ha riservato una carezza perfino agli interisti: «L’Inter ha giocato benissimo ed ha meritato. Noi eravamo un po’ stanchi». Noi, compreso lui che mercoledì era davanti alla Tv. E ieri ha vinto. Anche se ha perso.