VAN GOGH Una tragedia a colori

In regalo domani la prima monografia dedicata al grande pittore olandese

Una sera di settembre del 1888, ad Arles, Vincent Van Gogh scrive al fratello Theo. È il periodo in cui sta dipingendo Il caffè di notte. «Ho cercato di esprimere col rosso e col verde le terribili passioni umane» gli confida. È una dichiarazione di poetica semplice, ma così intensa che, al confronto, tanti manifesti e proclami delle avanguardie sembrano educati ricettari. Van Gogh sta dicendo che la pittura è troppo importante per lasciarla ai pittori. Perché la pittura deve parlare della vita e la vita è terribile (probabilmente non lo sa, ma ventiquattro secoli prima Sofocle ha usato lo stesso aggettivo per definire l’uomo: deinòs o anthropos, terribile è l’uomo).
L’arte di Van Gogh e, in fondo, l’unicità della sua opera, consistono proprio in questo. Anche lui, come molti artisti del suo tempo, ragiona sulle leggi della tavolozza: il rosso e il verde di cui scrive a suo fratello sono, non a caso, colori complementari. Ma capisce che consultare le scale cromatiche o le grammatiche del disegno, dipingere all’aria aperta o in studio, adoprare il chiaroscuro o le ombre azzurre sono scelte stilistiche che hanno poca importanza, se poi la pittura non esprime la bellezza e la tragicità della vita.
Si è cercato di racchiudere l’arte di Van Gogh in qualche maldestra etichetta. Lo si è definito post-impressionista, perché supera la stagione di Monet e compagni. Lo si è chiamato pre-espressionista, perché anticipa l’epoca dei fauves e della Brücke. Ma Van Gogh non è né pre né post. È un pittore che si interroga sull’esistenza, dunque un pittore, se così si può dire, esistenziale.
Ci spieghiamo meglio con un esempio. Quando gli impressionisti dipingono alberi e fiori si occupano principalmente della luce e della senzazione immediata. Si sono liberati (finalmente, secondo loro) della letteratura, della storia, dei soggetti religiosi, dei miti, dei simboli e dipingono solo quello che vedono davanti a sé. Quando invece Van Gogh dipinge alberi e fiori, dai Mandorli in primavera agli Iris, dai cipressi della Notte stellata ai famosi Girasoli, si chiede prima di tutto perché esistono e che destino hanno. Cioè perché esistiamo e che destino abbiamo noi. Un fiore, un prato, un germoglio, per lui, non sono qualcosa che si vede, ma qualcosa che fa riflettere. Non sono un “motivo” da dipingere, ma un motivo per pensare.
Intendiamoci, la tragicità non l’ha inventata Van Gogh. Eppure nell’epoca in cui viveva, che era quella in cui stava nascendo l’arte moderna, si è interrogato così profondamente sulla tragicità della bellezza da avocare a sé, in certo modo, la paternità di quella domanda. Il secolo ventesimo ha poi frainteso le sue intenzioni, muovendo da lui per esplorare fino alla nausea i territori del brutto e dell’osceno, dimenticando che Van Gogh cercava il tragico in un girasole o in un campo di grano, non negli obitori o nei letamai. Ma in arte le colpe dei figli non devono ricadere sui padri. E comunque il pittore di Arles, più che un padre degli espressionisti, è l’ultimo figlio degli antichi.
Ci sono però altri due modi di fraintendere Van Gogh. Il primo è non considerare la tensione esistenziale della sua pittura, il secondo è considerarla al di fuori della pittura. Si può cioè, come si tende a fare oggi, ridurre la sua arte a un problema filologico di varianti, di repliche più o meno autentiche, di datazioni (dei quadri di Van Gogh ormai non si indaga solo l’anno di composizione, ma il mese e, spesso, i giorni). Sono ricerche necessarie, a volte indispensabili, ma non sufficienti. Anzi, nel suo caso, gravemente inadempienti.
Oppure si può, come si tendeva a fare fino a non molti anni fa, trasformare Van Gogh in un caso sociale e sociologico, in un Kerouac ante litteram, nel prototipo di un figlio dei fiori, ovviamente in lotta con la società. I requisiti, volendo, ci sono tutti: il suo rapporto con una prostituta da redimere, l’apostolato presso i poveri e i minatori del Borinage, la miseria (non tanta come si è detto), la lite con Gauguin che lo spinge al gesto di tagliarsi un orecchio, la pazzia, il suicidio. Ma Van Gogh non era un anarchico e soprattutto non era un politico. Era un pittore. Proprio attraverso la pittura ha dimostrato che col rosso, col verde, col giallo si può compiere una ricerca filosofica.