Vanacore: «Felice quando il caso sarà risolto»

Continuano a ruotare attorno al caso di via Poma i personaggi sui quali, in passato, si sono concentrati i sospetti della Procura. A distanza di 19 anni c’è chi continua a ripetere di voler conoscere il nome dell’assassino di Simonetta Cesaroni per trovare pace.
Ieri Pietro Vanacore, che non vive più a Roma da molti anni, ha detto che il giorno in cui il delitto sarà risolto, sarà «il più bello della sua vita». Il tempo è stato tiranno in questa vicenda e nonostante ne sia passato tanto, nessuno dimentica. Qualcuno, invece, è chiamato a ricordare anche il minimo dettaglio, che potrebbe all’apparenza sembrare insignificante. Raniero Busco, l’ex fidanzato della vittima, infatti, ha 20 giorni di tempo per convincere la Procura di non aver nulla a che fare con l’omicidio.
Il suo legame, l’avvocato Paolo Loria, ha sottolineato che l’accusa ha in mano solo ipotesi e congetture, non prove. «Le tracce di sangue sulla scena del delitto secondo i periti assomigliano al dna di Busco. Che vuol dire? Niente - dichiara Loria -. Quelle tracce possono essere presenti nel mio dna, nel suo, in quello di altre migliaia di persone». «Eppoi se le tracce di saliva fossero le mie potrebbero avere un certo significato, ma Busco aveva con Simonetta rapporti quotidiani - prosegue -. Quanto all’alibi, alle 20 il ragazzo era all’aeroporto di Fiumicino. Due ore sono poche per attraversare Roma due volte, percorrere 40 chilometri, farsi una doccia, mangiare».
Vanacore, invece, l’ex portiere del palazzo al civico 2 di via Poma, è tornato a parlare di quei giorni tremendi, attraverso l’avvocato Antonio De Vita. «Il delitto di quasi 19 anni fa rimane per lui un fatto che lo ha provato e segnato per sempre - dice De Vita -. Ha cercato di dimenticare, ma il periodico aggiornamento della vicenda ha riaperto la ferita. Ritengo che se avesse ancora qualcosa da dire lo avrebbe già fatto, non fosse altro per rafforzare la sua posizione».
Vanacore entrò nelle indagini quasi subito, ma fu prosciolto in via definitiva dall’accusa di favoreggiamento. «Tutto quello che disse è stato riscontrato - spiega l’avvocato -. Non c’era illogicità nelle sue affermazioni. Io, che per principio non credo mai a ciò che mi viene detto, ho verificato e trovato conforme tutto quello che ha detto». Davanti all’accusa di omicidio volontario formulata dalla Procura nei confronti di Busco, De Vita esprime invece «perplessità». «Ma nella catena degli indizi sono sempre mancati degli agganci - conclude - bisogna ora vedere se questi sono stati trovati. Certo che la concordanza della traccia fisica scoperta sul corpo di Simonetta, ossia la compatibilità del morso sul seno con la dentatura di Busco, e la traccia di saliva sul reggiseno sono circostanze, per l’accusa, molto importanti».