Vandali a Piazza Navona Colpa di chi insegna che lo sfregio è opera d'arte

Il vandalismo non si può contenere. Ma certe opere meritano una martellata Si cerca <strong><a href="/interni/fatta_pezzi_fontana_piazza_navona/arte-critica-f/04-09-2011/articolo-id=543614-page=0-comments=1" target="_blank">il teppista
che ha fatto a pezzi la fontana del Moro</a></strong><br />

Non sarà facile contenere, per l’avvenire, come non lo è stato nel passato, ma forse con caratteristiche meno epidemiche le dimostrazioni di furia iconoclastica, sbrigativamente considerate atti di vandalismo. Ne abbiamo ormai testimonianze continue soprattutto nell’azione liberatoria e creativa dei writer che hanno assunto consapevolezza estetica della loro azione della cosiddetta street art. In molti casi l’azione illegale dei graffitisti è anche pregevole. Ma è evidente che se il loro estro si manifesta su edifici del Rinascimento, anche negli esiti migliori si tratterà comunque di una deturpazione. Mentre è pressoché certo che nell’edilizia selvaggia di speculazione, dagli anni Sessanta in avanti qualunque graffito sarà un abbellimento.

Alla diffusione di questo spirito si estende anche agli atti di distruzione e dispregio come manifestazione di creatività. D’altra parte se si considera opera d’arte il taglio di una tela, perfettamente lecito e anche espressivo, non sarà facile spiegare perché non debba essere consentito farlo su un supporto più prezioso e collaudato: la tela di Caravaggio, per esempio, o di Tiepolo.

D’altra parte anche se non sull’originale Duchamp disegnò i baffi sulla Gioconda. E certamente da lui parte un principio di dissacrazione (che ha patito anche uno dei suoi celebri orinatoi preso a martellate) e di cui diede motivata dimostrazione Lazlo Toth che, con convinto spirito creativo, martellò nei primi anni Settanta la pietà di Michelangelo in Vaticano.
Ci risiamo, dopo l’accidentale rottura della Fontana del Bernini in Piazza Navona per l’improvvido tuffo di un bagnante improvvisato ecco oggi colpita la Fontana del Moro.

Una martellata apparentemente insensata e riparabile ma che non è né occasionale né fine a se stessa: una testimonianza di poetica del tutto estranea al gesto di puro vandalismo, anche se purtroppo non innocua come fu la spettacolare colorazione in rosso della Fontana di Trevi grazie alla felice intuizione di Graziano Cecchini. Non fu capito e fu considerato dalle dichiarazioni scandalizzate dei vari Veltroni, Rutelli, Melandri un barbaro e non un poeta, letteralmente fu-turista. Il gesto di ieri non ha né l’intelligenza né la leggerezza di quello di Cecchini. Però come spiegare al distruttore e all’iconoclasta che il loro gesto non ha significato esemplare? Nell’avanzamento delle sperimentazioni che hanno caratterizzato il Ventesimo secolo non andranno dimenticate le incitazioni distruttive del Manifesto futurista e gli atti di vero e proprio masochismo del gruppo austriaco denominato Aktionismus dove è previsto che gli artisti infieriscano sopra se stessi con coltelli, lamette, fino al rischio della vita. Se esponiamo nei musei tali esempi come possiamo pensare di impedire, sul piano dell’educazione e della civiltà la performance dell’artista alla ricerca della pura visibilità?

Possiamo dunque dire che una parte di responsabilità per il tanto stigmatizzato gesto vandalico iconoclastico sia dovuta alle avanguardie, alla loro ideologia distruttiva, alla trasformazione dell’artista in performer. La fontana sarà riparata, vedremo di trovare una motivazione ignobile per un atto equivoco che molti cattivi e ammirati maestri hanno contribuito a legittimare. D’altra parte, per capire a che punto siamo arrivati, basta vedere la chiesa di Fuksas eretta a Foligno: un monumento all’orrore, una scatola da scarpe che insulta la memoria dell’architettura e indica un vandalismo autorizzato.